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sabato 31 agosto 2013

Il nuovo modello di politica internazionale dell'Occidente: la caciara.

Nota del Kulturame: Questo articolo è apparso in forma di nota sul profilo Facebook di Wellington - L'Antieroe il 25/08/13, e viene pubblicato col consenso dell'autore.



La politica internazionale dell'Occidente ormai non è guidata né dalle idee, né dalla strategia, ma dalla caciara. Caciara di teorie insulse e narrative piccolo-ideologiche ad usum di politica interna.

E così, ora la ggente è indignata per i massacri al gas nervino in Siria.

Non c'è voluto nemmeno uno special di rainews24ballealminuto per spiegargli che il Sarin è un'arma chimica. E viene da chiedersi se è perché il Sarin, a differenza del fosforo bianco, è effettivamente un'arma chimica, oppure perché i reportage vale la pena di farli solo per le guerre amerikane.

Naturalmente esiste e resiste anche un fronte negazionista che cerca di spiegare i massacri con qualche demenziale teoria, o che vuole "le prove!", come già le voleva per Osama Bin Laden e l'attacco dell'11 Settembre, in attesa di rigettarle tutte tramite teorie del complotto.

Figurati cosa direbbero questi figuri se si scoprisse che davvero l'attacco col gas è una risposta all'apertura da parte di ribelli armati ed addestrati dagli USA di un nuovo fronte al confine con la Giordania.

C'è da dire che tutto questo dimostra che Barack Hussein Obama è rispettatissimo è temutissimo in Medio Oriente. Chissà quante volte ancora Assad dovrà gassare dei bambini prima che si possa dire pubblicamente che le "red lines" della Casa Bianca sono fuffa.

D'altra parte, alla guida della sua politica in Siria e in Medio Oriente in generale, l'amministrazione Obama ha messo il fiero alleato Recep Tayyip Erdogan, un islamofascista con manie di grandezza neo-ottomane che in tanti anni di deliri di onnipotenza da tabellone del Risiko non è riuscito a segnare nemmeno un punto.

Beh, quasi. In effetti dipende da come si contano i punti. Perché se è vero che Erdogan non ha fatto una cippa per mantenere il Medio Oriente stabile, e nulla nell'interesse del suo illuso alleato, l'Occidente, ha fatto molto per appoggiare la presa al potere di islamisti come lui, ad esempio Morsi dell'Egitto. Poi tutti sappiamo come è finita quella storia.

Tutti tranne Erdogan, per il quale il ritorno al potere dei militari in Egitto è invece un complotto di Israele. E a tal proposito, uno dei nuovi fondamentali della nuovissima politica Occidentale per il Medio Oriente è il buttarsi nel mucchio nell'orgia "blame Israel first". Naturalmente l'opinione pubblica occidentale è ancora, se di poco, più sofisticata di quella mediorientale, e allora, mentre il rozzo Recep Tayyip la butta nella teoria della cospirazione, la stampa occidentale si limita a citare un "anonimo" funzionario israeliano secondo il quale lo Stato Ebraico avrebbe fatto lobbying sugli USA e sull'Europa perché appoggino i militari egiziani. Cosa possibile, ma dubbia. Perché se è vero che a Israele non dispiace vedere Morsi cadere, è improbabile che si esponga fino a tal punto. Soprattutto sapendo che i militari egiziani dell'appoggio occidentale non hanno bisogno, e anzi se ne infischiano.

Ma l'importante è mantenere la tesi che dietro qualunque cosa succede in Medio Oriente c'è, in qualche maniera, Israele. Se per i rais arabi questa tesi fornisce un prezioso capro espiatorio contro il quale indirizzare la rabbia delle piazze e uno strumento di demonizzazione del nemico ("Tizio è alleato di Israele! Potere a Caio!"), in Occidente, oltre a solleticare l'ego dei filo-palestinesi ideologici e non che abbondano nei media, nelle università, e nella politica, ha il non trascurabile pregio di fornire l'illusione che la macelleria mediorientale abbia un endgame, e che l'Occidente possa avere una voce in capitolo in esso.

Qual'è infatti la soluzione per la "Primavera Araba", ovverosia per quel fenomeno nato con proteste di piazza contro governi dispotici non più in grado di elargire panem et circenses, e dirottato verso una guerra di supremazia regionale tra pseudo-potenze emergenti tutte contente che il gatto egemonico amerikano avesse deciso di abbandonare l'area e lasciar ballare i topi? La soluzione è mandare John Kerry, l'uomo che non è riuscito a sconfiggere George w. Bush in elezioni regolari, a promuovere un altro giro di inutili negoziati che i Palestinesi, ooops, volevo dire gli Israeliani, faranno come al solito fallire a causa della loro perniciosa insistenza sul sopravvivere come nazione. Gli Israeliani rifiutano perfino di convincersi che, anche se i loro nemici si dimostrano disposti ad usare gas nervino contro il loro stesso popolo, non c'è da preoccuparsi per la proliferazione nucleare in Medio Oriente.

Quando il nuovo presidente iraniano Rohani dice che la questione palestinese è una ferita aperta in Medio Oriente ha ragione. Dimentica però di dire che si tratta di una ferita auto-inflitta. Se la spogli di tutta la retorica infiammatoria degli ideologi, il conflitto israelo-palestinese si mostra per quello che è: una delle tante dispute tra Stati su pochi pezzi di territorio.

Intanto, ovviamente, silenzio imbarazzato sull'Iran, senza il cui patronato Assad già penzolerebbe da un pilone della luce. Perché qualsiasi cosa l'Iran fa, dall'impiccare gli omosessuali a finanziare il terrorismo, da lapidare le adultere a catturare marinai della Royal Navy nel Golfo Persico, non la si può far notare. Perché parlarne è un segnale sicuro di strategia della tensione, di sporca propaganda che prepara il prossimo attacco neoccon, la prossima invasione "per il petroGlio". Semmai quello che bisogna far notare è ogni presunto "progresso" iraniano sulla strada della democrazia, nonché ogni teoria "a mezzo culo" (half-ass) su come il regime islamista sia in realtà poco compreso da parte di un Occidente colonialista e razzista. E poi trasmettere documentari sulla grande civiltà persiana per insegnare alle masse non lavate che "loro", in fondo, sono proprio come "noi".

Ma tornando alla Siria, adesso cosa? Intervento, o non intervento?

La ggente si chiede, ma perché nessuno interviene? La domanda che ne segue è: "Ma chi?". Lasciando da parte i lunatici che invocano l'invio di "truppe ONU", non si starà mica chiedendo agli USA e alla NATO di intervenire? Mica?

Certo che sì, con il caveat che a ogni "bomba intelligente" che sbaglia bersaglio la ggente scenderà in piazza sventolando bandiere arcobaleno e chiamando tutti assassini di bambini.

Stessa cosa, d'altra parte, che sta succedendo in questi giorni. Siamo tutti testimoni, in tutte le capitali del mondo (e naturalmente ad Assisi), dello spettacolo di marce oceaniche "per la pace" contro Assad, l'Iran, Hezbollah, e la Russia.

Comunque, se l'intervento non ci sarà, la ggente ha già pronta la risposta: "Ecco, in Siria no, in Iraq sì, perché lì c'era il petroGlio."

E rimuovere Saddam Hussein, che pure lui aveva usato il gas contro il suo stesso popolo, era invece opportuno anche se in Iraq invece il petrolio c'è?

A proposito, e il fiero alleato Galeazzo Erdogan è interessato al petroGlio? Sappiamo che al gas naturale è molto interessato, tanto che minaccia di usare la marina da guerra per bloccare il progetto israeliano-cipriota di trivellazione nel Mediterraneo, a meno che il gasdotto che dovrebbe portare detto gas in Europa non passi attraverso la Turchia, e che non venga pagata una mazzetta all'inesistente Repubblica di Cipro del Nord, una nazione riconosciuta solo dai Turchi.

Ma che volete, qui stiamo parlando di una civiltà che in poco più di dieci anni di guerra è riuscita a dare ragione al nemico, e a farsi vendere concetti quali "se ci odiano avranno pure un motivo", come se l'odio fosse razionale, e "se ci attaccano, è perché li abbiamo provocati", come se i terroristi per attaccare avessero bisogno di motivazioni, e non di semplici scuse (delle quali, forse un giorno ci arriveremo, non rimarranno mai a corto).

E facciamo doverosa menzione anche dei discorsi tipo "è diventato un terrorista perché un drone americano ha ucciso suo fratello con un missile Hellfire", che non sono necessariamente falsi, sono solo molto meno rilevanti di quanto si vuole far apparire. Come dire: "Si è arruolato in marina l'8 Dicembre del 1941 perché suo fratello era sulla USS Arizona". Sarà anche così, ma non è certo quella la causa della Seconda Guerra Mondiale. Se fosse vero che la motivazione principale dell'umanità per combattere è la vendetta, tutte le guerre sarebbero durate in eterno.

Le guerre non si vincono quando hai sterminato il nemico fino all'ultimo uomo, le guerre si vincono quando hai ammazzato abbastanza nemici da convincerli che continuare a combattere non vale la pena, e nel nostro caso, il nemico ci è riuscito benissimo.

Quando ti ritrovi un uovo fossilizzato come il Senatore dell'Arizona John McCain, l'uomo che non è riuscito a battere Barack Obama in elezioni regolari, a perorare la causa della Fratellanza Musulmana, secondo lui una forza democratica e secolare, sostenendo che adesso andranno tutti ad arruolarsi in Al Qaida per colpa nostra, in quale vittoria volete più sperare? Come ha scritto Daniel Greenfield: "La fallacia "terrorismo o democrazia" tratta gli islamisti come "cattivi" se fanno saltare un edificio per installare una teocrazia, ma "buoni" se si presentano alle elezioni per installare una teocrazia. Rende il processo una priorità rispetto al risultato, e la sua logica suggerisce che se Hitler o Stalin fossero arrivati al potere tramite un puro processo democratico, non avremmo dovuto avere obiezioni."

A proposito, a parte che il fatto che il termine "Al Qaida" venga sempre buttato in giro come se fosse l'unica minaccia esistente (il che non è male se si considera che secondo la prima amministrazione Obama Al Qaida era morta, e Detroit era viva) ha veramente rotto, io ammetto di non avere le idee chiare riguardo la composizione dei gruppi anti-Assad in Siria, ma se l'asse Erdogan-Morsi è un tale bastione contro Al Qaida, come mai ci sono così tanti combattenti di Al Qaida in Siria? Come mai, ovunque la Fratellanza Musulmana inizia ad affermarsi, come in Libia, Al Qaida sembra apparire dal nulla?

In ogni caso, ormai il Medio Oriente, liberato della perniciosa egemonia occidentale, è libero di esprimere sé stesso, e lo sta facendo al suo meglio. Ora non segue più l'Occidente, è l'Occidente a seguire lui. Nel nuovo mondo al contrario, invece di combattere l'islamismo totalitario lo si aiuta a prendere il potere, ed è l'Iran ad avvisare gli USA di non azzardarsi a superare le "linee rosse".

Se pure il Medio Oriente non fosse un totale bordello probabilmente già oltre ogni possibile redenzione, l'Occidente non sarebbe in grado di offrire nessuna, non dico soluzione, ma nemmeno strategia coerente. Perché ogni più minuscolo segmento politico o ideologico della nostra civiltà si perde cercando di infilare ogni fatto e fattarello all'interno della sua particolare narrativa o teoria.

E ciò che vale per il Medio Oriente, vale per il resto del mondo. Stiamo lanciando su scala globale il messaggio che la nostra civiltà è troppo impelagata in bizantinismi interni per sapere come si combatte per i suoi interessi.

domenica 16 dicembre 2012

Dichiarazione di indipendenza narrativa

Quando si rende necessario, nel corso degli umani eventi, annunciare l'autopubblicazione di un romanzo d'azione scritto sotto pseudonimo da un tizio che scrive su questo blog sotto un altro pseudonimo...

Su Amazon.

Max Balestra - Liberty Charter, Territori Liberi - Capitoli 1-3

venerdì 9 novembre 2012

Va' da' via il cool.


Un post di Wellington - L'Antieroe

Non sono sicuro di come dire questa cosa, ma ci provo.

In USA, per esempio, si festeggia perché i vecchi barbogi contrari ai matrimoni tra gay sono stati sconfitti alle elezioni.

Il matrimonio gay è cool, loro erano not cool, e hanno perso. Il diritto al matrimonio gay è (forse) assicurato dalla salda alleanza dei gay con i tipi cool.

Io avrei detto che sposarsi chi ti pare fosse un diritto umano fondamentale (dicansi anche "libertà"), non una questione di quanto si è fighi.

Cosa succederà quando i "tipi cool" saranno "not so cool anymore"? Festeggiate finché potete.

Adesso, i tipi not cool hanno paura che i tipi cool vengano a togliergli le armi da fuoco. E allora quelli più freschi tra di loro, la cosiddetta "gun generation 2.0", stanno dicendo: "dovete far capire ai ggiovani come me che le armi sono cool, e che anche voi lo siete, perché al momento non gli piacete perché avete sempre labbibbia in mano."

Ma il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti non recita: "Lo Stato, quando e se gli gira, concede di avere armi perché le armi sono cool. E, by the way, se  hai labbibbia in mano non sei cool, e non puoi avere armi cool, e ben ti sta, avresti dovuto assicurarti di essere dalla parte giusta della società, quella cool, e portare voti con la tua coolaggine."

Il Secondo Emendamento recita: "il diritto del popolo di detenere e di portare armi, non verrà infranto."

Non è una concessione modaiola.

"Massì, fallo pure. E' cool."

E' un diritto.

Ma questo non importa. Perché se non sei cool non hai i voti, e senza i voti, quello che fai non è cool. Non sei nella parte cool della società, quella del futuro. Sei relegato nella parte not cool della masnada sociale, quella che sta passando, anzi, è già praticamente morta.

Ma questa non è mica repressione dei diritti individuali scopo guerricciole ideologiche reciproche, è alta sofisticazione politica scaturita dal più elevato dei processi democratici.

Poi si festeggia in due Stati dell'Unione perché il referendum dice che potemo spippà, però solo 'a Maria pecché tutto er resto è meglio che continua a far affluire pesos nelle casse dei cartelli messicani, whatever...

Adesso però, dita incrociate, bisogna vedere se il governo federale ce lo lascia fare davvero.

Maccome, abbiamo votato! E' cool!

Perché se non era cool, non sarebbe stato un diritto intossicarsi l'anima deli mortacci propri, con i propri soldi.

Abbiamo dovuto votare. E ora che abbiamo votato "Sì", è tutto cool.

E quello che ti serve, per essere cool, è il giusto alleato politico che ti permetta, in cambio di voti e donazioni, di pippare la Maria Giovanna (solo quella però), non perché sono cazzi tuoi, ma perché cercare di fermarti non sarebbe cool.

Almeno finché qualcuno non se ne uscirà dicendo che la ganja non è più cool perché incide sui costi della sanità pubblica, come le bibite gassate, i porno girati senza preservativo, e magari, presto, la carne.

E lì sono cazzi. Perché la sanità pubblica, de 'sti tempi, è cool da morire.

Per riassumere, quando un diritto non è più una questione di libertà dell'individuo, ma una concessione fatta dal braccio armato esecutivo dello Stato per premiare la tua alleanza elettorale con una parte politica, per poi divertirsi insieme a sopprimere i diritti, che dovrebbero essere egualmente sacrosanti, dell'altra parte politica, giocando sulla distinzione modaiola tra diritti "cool" e diritti "not cool", in una visione non di rispetto reciproco per le libertà altrui, ma di ingegneria sociale (favoriamo ciò che è cool, sopprimiamo ciò che è not cool. Not cool must go!), magari accampando il "bene comune", o "l'interesse della società", quel diritto è ridotto ad una farsa.

Quel diritto non esiste più. Esiste solo ciò che è cool, e ciò che è not cool. E il not cool potreste essere voi.

Perciò, invece di reclamare i vostri diritti come inalienabili in quanto vostri, dovuti, e non opzionali, continuate pure a reclamarli perché sono cool. Magari mentre vi divertite a cercare di compromettere a suon di voti e leggi quelli degli altri, che ritenete not cool.

Anzi, questa cosa qui, usatela proprio come arma politica da Mutua Distruzione Assicurata. E soprattutto per fare i vostri bravi esperimenti di ingegneria sociale. Tipo: "vogliamo realizzare la nostra società cool, e allora ci alleiamo con il padre-padrone Stato perché faccia leggi per permettere le cose cool nostre, e per proibire le cose not cool degli altri. Alla fine rimarrà solo la nostra società, nuova e cool. La vostra, vecchia e not cool, si estinguerà. Ma non preoccupatevi, abbiamo votato, è tutto democratico."

Ma la democrazia vi salverà solo finché siete dalla parte cool. Solo la libertà e la certezza del diritto, possono salvarvi per sempre.

lunedì 16 gennaio 2012

Perché io non sono Samuel Adams.





La risposta, curiosamente, non è "Perché sei Wellington - L'antieroe", ma si può trovare in un libro che sto leggendo.*

Da giovane a Boston Samuel Adams, oggi ricordato soprattutto per la birra
^, coltivava un sogno: Che un giorno le Colonie britanniche in Nord America sarebbero state una nazione indipendente governata secondo i principi democratici descritti nelle opere di John Locke, del quale era un sincero e appassionato ammiratore.

Adams si mise a scrivere articoli e libelli nei quali dava voce alle sue idee ed opinioni, era un ottimo scrittore e i giornali pubblicavano volentieri i suoi scritti che ricevettero una certa attenzione, ma per quanto riguardava la rivoluzione indipendentista, per dirla in termini plebei, nessuno lo cagava di striscio. Non che quello che scrivesse non fosse giusto o sensato, era semplicemente che, per quanto i Coloni avessero delle lamentele nei confronti della madrepatria, le rimanevano molto affezionati. Politicamente parlando quindi, malgrado tutti i suoi sforzi, Adams non cavava un ragno dal buco. La causa alla quale si era dedicato anima e corpo, al punto da trascurare fino a mandare in fallimento la distilleria lasciatagli dal padre, sembrava aver imboccato un vicolo cieco, cosa che lo fece precipitare in una profonda depressione.

Da qualche parte laggiù Samuel Adams deve aver capito come vanno le cose nel mondo, perché uscito dalla depressione cambiò completamente i suoi metodi. L'occasione si presentò con lo Stamp Act, una legge inglese che in pratica istituiva l'uso delle marche da bollo su qualunque documento che ambisse ad essere considerato legale. In pratica una tassa sotto mentite spoglie che nelle Colonie fu accolta con l'usuale contenuto malumore. Ma non da Adams, il quale iniziò a scrivere articoli al vetriolo sullo Stamp Act, trattandolo come se fosse l'annunciarsi dell'apocalisse. Quando gli articoli attirarono l'attenzione che sperava, i suoi metodi si fecero ancora più militanti. Fondò un'associazione composta in larga parte da rissosi uomini delle classi lavoratrici chiamata Sons of Liberty che si dedicò a portare in piazza la protesta con toni il più rumorosi possibile e in seguito passò al vero e proprio squadrismo intimorendo e in almeno un caso devastando le proprietà dei negozianti che vendevano le marche da bollo.

Alla fine Adams vinse: lo Stamp Act fu revocato, ma presto sostituito da nuove tasse sotto copertura, che Adams contrastò con metodi sempre più aggressivi e sul filo della legge. Le attività dei Sons of Liberty resero nervosa la Gran Bretagna che reagì come spesso fanno i governi, con pretese di lesa maestà, e inviò soldati a Boston. Adams organizzò immediatamente un boicottaggio dei militari, facendoli sentire circondati da gente ostile e a tutti gli effetti in territorio nemico e poi solleticò il loro senso di insicurezza con vari atti provocatori che alla fine sfociarono, quando un plotone di giubbe rosse aprì il fuoco contro una folla che li insultava e gli tirava pietre e gusci d'ostrica, nel famoso Massacro di Boston.

La tensione iniziò a diffondersi oltre Boston, nel resto delle Colonie, e quando il Parlamento Inglese varò il Tea Act, una legge che imponeva un monopolio commerciale con per giunta ancora un'altra tassa nascosta al suo interno, i Sons of Liberty organizzarono il Boston Tea Party e il resto è storia.

La storia di Samuel Adams porta a due considerazioni interessanti, una di carattere storico e l'altra di carattere politico.

Storicamente vale la pena di notare che malgrado le voci che corrono di questi tempi le alte tasse non furono affatto la causa della Guerra di Indipendenza Americana. Secondo lo storico economico Niall Ferguson infatti il Colono medio pagava all'incirca 1 Scellino all'anno di tasse, laddove l'abitante medio della Gran Bretagna ne pagava 26.
Il Tea Act poi, legge monopolista con tasse annesse, ABBASSO' il prezzo del Tè a Boston, tagliando fuori gli intermediari, gli importatori delle Colonie come John Hancock, che non a caso furono i primi a seguire Adams nella ribellione. 


Ciò che veramente contava nello slogan dei Sons of Liberty non era il "No Taxation", ma il "Without Representation". Il problema non era che ci fossero le tasse, o che fossero alte, era che queste tasse venivano imposte da un Parlamento lontano nel quale i Coloni non avevano nessuna rappresentanza. 

In altre parole non si trattò di una ribellione "contro lo Stato", bensì per lo Stato, uno Stato americano. Una guerra politica, non contro la politica. Non a caso gli storici la chiamano appropriatamente Guerra di Indipendenza Americana, e non "Guerra Individualista" o "Guerra Anarchica".

Naturalmente poi la libertà individuale era un valore culturale forte per i coloni Americani a livello personale, e questo ha influenzato la forma di governo che si sono dati e ancora oggi scorre sotto la superficie del dibattito pubblico in USA molto più di quanto non faccia in altre parti del mondo. Questo spiega anche perché "the shot heard around the world" ispirò rivoluzioni e guerre di indipendenza dai risultati molto meno liberali, basti pensare alla Rivoluzione Francese o alle varie rivoluzioni delle banane dell'America Latina.

La considerazione di carattere politico invece è ben espressa nelle parole dell'autore del libro:

"Prima del 1765 Adams agiva nella convinzione che argomenti ben ragionati sarebbero stati sufficienti a convincere i coloni della giustezza della sua causa. Ma quando gli anni di fallimenti iniziarono ad impilarsi dovette confrontarsi con la realtà che i Coloni mantenevano nei confronti dell'Inghilterra un profondo attaccamento emotivo, come bambini nei confronti dei genitori.[...] Uno volta che Adams lo ebbe capito riformulò i suoi obbiettivi: Invece di predicare l'indipendenza e le idee di John Locke, avrebbe lavorato per recidere il legame dei Coloni con l'Inghilterra.[...] Lo Stamp Act e il Tea Act erano di fatto piuttosto insignificanti, ma Adams strategicamente li manipolò per creare indignazione, trasformandoli in barricate erette tra le due parti.[...] Capite questo: Le argomentazioni razionali entrano da un orecchio ed escono dall'altro.[...] Facendo appello alle emozioni della gente si può fare sì che essi vedano il passato in un'altra luce, come qualcosa di tirannico, noioso, brutto, immorale. Adesso c'è spazio per infiltrare nuove idee, cambiare il punto di vista della gente, farli reagire ad un nuovo senso del proprio interesse personale, e spargere i semi per una nuova causa, un nuovo legame."

In altre parole: In politica tu puoi avere tutte le buone teorie e ragioni di questo mondo, ma senza nichilismo e demagogia non combinerai una cippa.

E qui ci siamo signori: Questo è il motivo per il quale il sottoscritto non sarà mai un politico di successo, un capopopolo. Come si sa infatti L'Antieroe è affetto dal Morbo di Bunbury.

Da un punto di vista ideologico sono molto più estremista di Samuel Adams. Della rappresentanza non me ne può fregare di meno, e sono eticamente contrario allo Stato e alle tasse per il solo fatto che sono obbligatori. Ed è per questo che l'etica è l'unica cosa che mi rimane oggigiorno, la politica essendo deceduta causa Morbo di Bunbury. Etica e politica sono strettamente legate, ma non interdipendenti, e arriva sempre il momento in cui devi scegliere se compromettere l'una o l'altra. Nel corso delle nostre vite perlopiù riusciamo a mantenere un compromesso equilibrato tra le due, e così è stato per me per molti anni, ma da qualche tempo a questa parte mi riesce davvero difficile conciliare la mia etica con la politica, ed è per questo che in politica sono sempre più un osservatore e sempre meno una parte attiva.

Non mi interessa inventare narrative nichiliste per portare gente dalla mia parte a suon di calci in culo emotivi, i metodi di Samuel Adams potranno anche creare un governo più liberale (o anche no), ma non creano un uomo più libero. Il più delle volte quello che creano è un True Believer hofferiano, uno schiavo mentale.

Ma questo esempio storico spiega anche la ragione per la quale politici fortemente carismatici
° con spericolate visioni hanno un tale seguito di fedelissimi che difendendo le loro narrative con le unghie e con i denti fin nei più piccoli particolari. Queste narrative contengono sicuramente anche delle verità e delle idee valide (ma come dico sempre io avere dei buoni argomenti è la cosa più facile in terra), ma è sull'emotività che fanno veramente affidamento. Sulla costruzione retorica dell'immagine di un mondo ormai insopportabile, è il potere dell'odio verso l'esistente che gli fornisce davvero il carburante.

E ora che vi ho detto che il paladino della vostra causa vi sta propinando una narrativa nichilista piena di luoghi comuni e falsi bersagli, per concludere con una nota di simpatia destinata a farmi apprezzare ancora di più, dallo stesso libro citerò Gesù Cristo, allo scopo di far notare che alle volte parlava davvero come uno di quei capi-setta i cui seguaci vanno a bere Kool-Aid in Amazzonia.

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra;
Non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre,
la figlia dalla madre,la nuora dalla suocera:
e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me;
chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.

Matteo 10:34-38


Wellington - L'Antieroe


venerdì 13 gennaio 2012

Bentornati su Kulturame!

Kulturame Classici: Fratello Eli, il Tuo Libro è il Mio Libro.

Un recensione di Wellington.


 

Sicuramente Hollywood deve essere venuta a sapere che negli ultimi anni i nostri rapporti erano alquanto degenerati (tanto che stavo addirittura ripiegando sui film di Bollywood) e ora sta cercando di fare la pace con me. Solo così posso spiegarmi come mi possano essere piaciuti due film provenienti dalle colline di L.A. in due giorni.

Battle: Los Angeles in teoria avrebbe dovuto essere esattamente tutto quello che mi ha creato problemi con Hollywood recentemente: scene d'azione sborone con effetti speciali e colori ultravivaci su trame profonde quanto una pozzanghera, e invece le scene d'azione sono più che decenti, l'ambientazione "grunt" (i protagonisti sono un plotone di Marines) è gustosa, la trama, per quanto molto poco originale, regge. E come chicca appare il Sergente Maggiore Dever.

Ma in realtà sono qui per parlarvi del secondo film che per me si è rivelato una gradita sorpresa, perché a differenza di quanto mi aspettavo riesce ad avere una trama epica senza discendere in squallidi sermoni e pseudo-metafore sul "mondo in cui viviamo", si tratta di The Book of Eli (Codice Genesi in Italiano).

In un mondo post-apocalittico sconvolto, pare di capire, da una guerra nucleare e in preda alle solita accoppiata barbarie/anarchia si aggira solitario, procedendo capoticamente "verso ovest", un uomo di nome Eli. E' un uomo con una missione, o meglio, con un carico prezioso: un libro. Pare infatti che il dopoguerra abbia generato roghi di libri considerati colpevoli di diffondere idee che hanno portato alla catastrofe, e Eli è deciso a preservare almeno questo libro dalla distruzione. Lungo il cammino il nostro capita in una cittaducola dominata da un cattivissimo boss locale con serie manie di grandezza, ma non per questo stupido o ignorante della natura umana, che proprio quel libro sta cercando disperatamente da anni.

E mi fermo qui.

Ora, adesso magari quelli che hanno visto il film mi rimprovereranno che questa è una versione piuttosto edulcorata della trama, ma il fatto è, ragazzi, che al mondo ci sono anche quelli che il film non l'hanno visto e davvero non voglio postare spoiler, soprattutto perchè la sceneggiatura fa un uso così abile del colpo di scena.

L'ambientazione postnucleare è particolarmente ben studiata, non ci sono "omaggi" inutili, da nerd, ad altri film e soprattutto è originale. In questo particolare metauniverso post-apocalittico il problema principale sembrano essere i raggi ultravioletti che rendono la terra arida, bruciano la pelle esposta e a lungo andare friggono le retine (impossibile aggirarsi all'aperto senza occhiali da sole, il che rende questo film popolato dai sopravvissuti più cool della storia del cinema).
Questa è di fatto una teoria della guerra fredda secondo la quale l'esplosione aerea di centinaia di bombe all'idrogeno provocherebbe uno squarcio nello strato di ozono che protegge il pianeta. Non so quanto sia tecnicamente corretta, ma è comunque più originale del solito "inverno nucleare", e sicuramente più probabile dei triti "mutanti" tanto cari alla fantascienza/horror. E questo "in my book" (e in quello di Eli), mostra che gli sceneggiatori si sono sprecati a fare i compiti a casa invece di rifriggere roba già vista, come sarebbe stato molto comodo fare perché tanto non sarebbe importato a un pubblico ormai assuefatto e rassegnato alla pigrizia hollywoodiana.

L'ambientazione post-nucleare in generale mi ricorda davvero molto i romanzi pulp della serie "Deathlands" con i quali mi baloccavo da adolescente*, un misto di catastrofismo e western. Solo che qui non ci sono rettili mutanti e simili sciocchezze, perciò si tratta di un più che notevole upgrade. Nel postapocalittico, per dirla con Eli, "si uccide per quello che una volta buttavamo via", tanto che le salviette togliti-un-po'-quell'unto-dalle-dita usa e getta del Kentucky Fried Chicken sono considerate merce preziosa in un mercato in cui l'acqua è diventata la risorsa più scarsa in assoluto.

Ben assemblato il cast, a partire dal sempre valido Denzel Washington (nel ruolo del nostro eroe), un Gary Oldman d'annata (proprio nel senso che è invecchiato in maniera sconvolgente, sembra una versione imbruttita dell'Ammiraglio Adama di Battlestar Galactica, mentre il suo personaggio è una versione incattivita della Presidentessa), Ray Stevenson (il Legionario Tito Pullo di 'Roma' che però questa volta non ha scene di nudo frontale, quindi non c'è da temere crisi da confronto), la giovane, gradevole (alla vista e per la recitazione) Mila Kunis, una Jennifer Beals che appare poco ma che riesce comunque a lasciare il segno, il cantante jazz/blues cult Tom Waits (Jockey Full of Bourbon) e, come cameo, Malcom McDowell.

Le scene d'azione sono "probabili", senza granate che tirano giù un viadotto o pistole che fanno centro a duecento metri, per quanto si potrà dire che Eli, per essere un vagabondo con un libro nello zaino, combatte meglio di un ninja e che sarebbe carino se impugnasse quella maiala di H&K USP .45 con due mani che questo non è un film di Sergio Leone.
Ma vabbé, in fondo è lui l'eroe, e poi pare che Denzel Washington in preparazione per il film si sia addestrato con Dan Inosanto e Jeff Imada, famosissimi maestri° di Kali, l'arte marziale filippina considerata la più efficace nell'uso delle armi da taglio. Il che, stando allo "Standard Val Kilmer degli attori di Holllywood in film d'azione" lo mette al pari di uno del SAS come minimo.

Il Kulturame continuerà a preferire la zombie apocalypse, ma il mio post-apocalittico mi piace libraio, e la prossima volta che lo incontro gli controllo le mani per vedere se tremano, allo zozzone#.

 
NOTE

*: E le rivelazioni sul mio passato, ma sopratutto sul mio presente, ovverosia "ma come hai fatto a ridurti così?", continuano ad impilarsi gloriosamente.
°: Inosanto è stato anche allievo di Bruce Lee.

#: Questa la capirete quando avrete visto il film.



 

Kulturame Classici: Paesaggio con Incendio.

Una recensione di Wellington.


Paesaggio con Incendio -- di Ernesto Aloia (Minimum Fax)

Chiunque sia figlio di genitori di provincia e da bambino abbia passato i week-end (magari anche prima che si chiamassero così), le estati e le feste comandate a trovare i nonni al paese non potrà che ritrovarsi nel Paesaggio con Incendio di Ernesto Aloia, un romanzo breve con un che del thriller che si legge davvero tutto di un fiato, non tanto per la scarsità di pagine quanto per la prosa gradevole, tipica dell'autore, e per la struttura scorrevole.

Paesaggio con Incendio è la storia di Vittorio, un professionista urbanizzato, uno storico di professione, che insiste nel voler trascinare ogni estate moglie e figlia a passare le ferie nel natio paesino di Castagneto sugli Appennini settentrionali dove in tutta libertà si può aggrappare disperatamente a ciò che non cambia mai (la casa dei suoi nonni che guarda sulla piazza principale, i soliti vecchi amici seduti al solito vecchio bar), rammaricandosi per quello che inesorabilmente cambia (la piazza pavimentata a nuovo, il fiume – ormai snobbato a favore della piscina dai locali – dove ora nuotano solo gli extracomunitari).
L'atmosfera "de paese" è riprodotta in maniera davvero molto gustosa sia nelle sue manifestazioni più classiche, come lo spettacolo degli abitanti che passeggiando lungo il viale dove ci sono le ville più belle del paese, in una versione ultra-provinciale dell'invidia sociale cittadina, provano un piacere perfido nell'associare a ciascuna villa le disgrazie e le mancanze del ricco proprietario, sia in quelle più postmoderne, come lo spettacolo del baretto frequentato da calciatori di squadre in ritiro nella zona posto sotto assedio dalle giovani bellezze locali alla ricerca di un principe azzurro in grado di portarle via dall'Appennino.

Co-protagonisti del romanzo sono davvero gli abitanti di Castagneto, nelle cui rivalità interne fatte di rancori tirati avanti per decenni Vittorio si ritroverà suo malgrado coinvolto. Gente che si fa segnare profondamente la vita da quelle che tutto sommato, sono disavventure perfettamente sopravvivibili: una madre scappata quando si era ancora piccoli, un fidanzamento rotto, la recente morte di un congiunto, una giovinezza passata a inseguire improbabili avventure. Semplici fatti della vita la cui magnitudine è enormemente amplificata dalla chiusura geografica del piccolo centro che si trasforma in una chiusura dell'anima che i paesani si portano dietro anche dopo essersi trasferiti a Bologna o a Torino, e che è lì ad aspettarli ogni estate e festa comandata a Castagneto.

Particolarmente (e prevedibilmente) apprezzato dal sottoscritto il parallelo tra pettegolezzi di paese che rimettono insieme storie passate in favore della teoria di preferenza facendo scempio dei fatti oggettivi e revisionismo storico (che si vorrebbe urbano e sofisticato) e, ancora di più, teorie della cospirazione. Quelle anche oltre l'urbano, ma già addirittura nel telematico, che rappresentano al giorno d'oggi la diceria con annessa voglia di linciaggio del villaggio globale.

Il romanzo è edito da Minimum Fax, ma è disponibile su Amazon.it se volete risparmiarvi troppi giri per le librerie.

Piccolo inciso personale: il romanzo mi ha ricordato non poche storie "paesane" mie, come ad esempio il fucile M16 che una volta il barista sotto casa di mio nonno mostrò a me e mio fratello bambini nel retrobottega dopo averci visti uscire dal supermercato trionfanti con due M16 giocattolo appena acquistati ed essersi vantato, tra il nostro scetticismo, di averne uno vero. Un'arma che col senno di poi doveva essere uno di quei .22 da tirassegno costruiti per avere l'aspetto esteriore di un M16. Per anni a seguire i miei amici ed io fantasticammo che, se "i Russi" avessero invaso, ci saremmo recati in quel bar per impadronirci dell'M16. Arma che, essendo Americana e vista in mano agli attori del telefilm "SWAT" che guardavamo sulle TV locali, doveva essere enormemente superiore a qualunque altra avremmo mai potuto trovare in giro. Strano mondo la provincia per delle menti gggiovani.

Wellington

Kulturame Classici: Citazioni Dotte #6234765374



L'Occidente fa schifo, si merita quello che gli capita e ha bisogno di cambiare.

Fa schifo perché ha dimenticato le sue tradizioni e le sue radici cristiane (Conservatori), fa schifo per le sue politiche sociali che opprimono i poveri e colonizzano il terzo mondo (Progressisti) e fa schifo per il suo Stato invasivo e per le lobby che lo controllano nell'ombra (Libertari).

Alla fine mi hanno convinto: l'Occidente fa schifo, davvero si merita quello che gli capita e ha proprio bisogno di cambiare. In Occidente ci vorrebbero un po' meno Conservatori, Progressisti e Libertari.


Wellington (ça va san dir)

Kulturame Classici: Cani Antiguerra e Società Occidentale.

Un post di Wellington.


Il recente episodio di wikileaks mi fa riflettere su un momento videoludico recentemente vissuto in cui la vera natura del watchdogging* antiguerra vistosi dall'11 Settembre in poi si è resa manifesta.

Dopo aver buttato 40+ euri per acquistare Medal of Honor - Tier One
° ho potuto sperimentare l'impatto dell'attivismo antiguerra degli ultimi dieci anni sulla vita di tutti i giorni dell'occidentale medio quando i miei fantaccini in 3D hanno usato il "fosforo rosso" per indicare un bersaglio al supporto aereo.

Considerato che questi videogames si vantano di avere la consulenza di ex appartenti alle forze speciali (MOH in particolare ci ha pubblicizzato intorno un casino) posso quasi immaginarmi la sequenza degli eventi:

[nello studio di realizzazione del videogame]

Sviluppatore videogames N°1: "E poi, arrivati qui, i nostri fanno intervenire l'aviazione per distruggere il nido di mitragliatrice."
Ex-forze speciali consulente: "Allora dovranno marcare il bersaglio da terra, è danger close."
Sviluppatore videogames N°2: "Cosa usate in questi casi?"
Ex-forze speciali consulente: "Il WP, o fosforo bianco."
Sviluppatore videogames N°1: "Il fosforo bianco?"
Ex-forze speciali consulente: "Si, è la cosa più efficace. Produce fumo istantaneamente e la nube sale molto in alto, anche oltre le cime degli alberi se ce ne sono, diversamente dalle normali granate fumogene che ci mettono un po' a fare fumo. Inoltre il nemico non può afferrare la granata e gettarla da qualche altra parte, come invece potrebbe fare con un fumogeno normale."

[studio realizzazione del videogame, più tardi in serata]

Sviluppatore videogames N°2: "Ma non c'è stata tutta una polemica anni fa in Iraq sul fosforo bianco? Che era un'arma proibita, letalissima, sozza, o roba del genere?"
Sviluppatore videogames N°1: "Mi pare di si. Mi sa che non lo possiamo usare. Già ci romperanno le balle a non finire perché in questo gioco puoi anche impersonare i Talebani, come se i ragazzini non amassero identificarsi con i vincenti."
Sviluppatore videogames N°2: "Allora che facciamo?"
Sviluppatore videogames N°1: "Cambiamo il nome in Fosforo Rosso, così nessuno ci può dire niente."
Sviluppatore videogames N°2: "Ma il fosforo rosso funziona come quello bianco? Si incendia a contatto con l'aria?"
Sviluppatore videogames N°1: "Boh, io so solo che lo usano per produrmi le anfetamine, semmai più tardi da' un'occhiata su wikipedia. Ma come funziona funziona, noi lo usiamo lo stesso per segnalare un nido di mitragliatrice che deve essere spappolato pochi secondi dopo con una JDAM da 500 libbre. L'importante è non usare il termine fosforo bianco, non è politically correct."

Welcome to the Brave New World of war-watchdogging.



NOTE: 

*Termine in neolingua wellingtontiana, scorretto, provocatorio, poco sofisticato e pure un po' neocon.
°Ormai sti' cacchi di sparatutto sono spettacolarissimi ma veramente semplificati al massimo, scriptati fino a farti vomitare e con la tattica andata a farsi benedire.




 

Kulturame Classici: Diritti Umani Abusati.

Un post di Wellington.


Se volete un esempio interessante di abuso dei diritti umani andata allapagina Wikipedia dedicata ai soldati-bambini.

Tra i colpevoli nell'utilizzare infanti in armi sono citati anche l'Australia (will allow personnel to be recruited from the age of sixteen and nine months), la Gran Bretagna (The minimum age to join the British Army is 16 and a half; parental permission is required for those under the age of 18), il Canada (people may join the reserve component of the Canadian Forces at age 16 with parental permission), ca và san dir gliStati Uniti (In the United States 17-year-olds may join the armed forces, but may not be stationed outside the continental US or deployed in combat situations) e perfino l'Italia (allows boys and girls as young as 17 years of age, with parental consent and in possession of a high school diploma, to join a military academy). Strano che non ci abbiano buttato nel mucchio anche i boy scout.

Ora, mi rendo conto che in Occidente ormai si viene considerati bambini fino ai 37 anni, e certo, se l'Africa ha i bambini-soldato, allora da qualche parte bisogna pure andare a trovarli per l'Europa, il Nord America e l'Oceania, sennò sei razzista e Politically Uncorrect.

Ma secondo voi questo è un esempio di "abuso dei diritti umani"? Secondo me si.

I diritti umani ormai vengono allungati e stiracchiati all'inverosimile pur di far sembrare il problema più grande di quello che è, trasformandolo in fonte di occupazione per burocrati travestiti da paladini professionisti, e/o per rivoltarlo ideologicamente sulla sua stessa testa a fini di propaganda. Così si trasformano i problemi in pagliacciate retorico/politiche, e perciò in un abuso del concetto stesso di "diritto", umano e non. Ma sarà la mia mancanza di sofisticazione a parlare.

Wellington - l'Antieroe.





Testimonianza fotografica dell'utilizzo di bambini-soldato da parte dell'Impero del Male di Ronald Reagan. A questa barbara pratica ha posto termine la Presidenza Obama decretando che fino all'età di 26 anni si può fare uso dell'assicurazione sanitaria dei propri genitori.
(Alleluja! Alleluja! Alleluja! Alleluja! Allele-luja!)

Kulturame Classici: Il Kulturame in Emergenza



Proclama del Kulturame (in quindici punti):

1) Chiunque creda al mito delle ONG "neutrali", "imparziali" e "apolitiche" farebbe bene a tirare la testa fuori dal culo tanto per cominciare e magari a leggersi, tanto per esempio, il libro "L'industria della solidarietà" di Linda Polman.

Detto questo, nessuno nega che le ONG umanitarie nel corso degli anni abbiano aiutato un sacco di gente e che tra gli operatori umanitari ci sia gente davvero in gamba.

2) In quanto a ONG ideologicizzate, Emergency è un esempio fin troppo da manuale.

Credo che la posizione ideologica di Gino Strada sia troppo nota per necessitare di essere spiegata, così come pure le sue posizioni politiche riguardo la guerra al terrorismo. Qui stiamo parlando dell'uomo che, a parte il suo passato katanghese, negli anni ha dichiarato cose come "Il Burka? Meglio delle ragazze scosciate in televisione.", "I massacri in Sudan? Tutte sciocchezze.", "In Afghanistan si stava meglio quando c'erano i Talebani.", e altre perle.

Sicuramente questo non vale per tutti quelli che lavorano per Emergency, collaborano con essa o la finanziano, ma in generale si resta sul sicuro senza timore di esagerare affermando che Gino Strada trova sempre da ridire sulle guerre degli Americani e degli occidentali in generale mentre non ha grosse difficoltà a lavorare con regimi come quello talebano oppure quello sudanese.

3) Chiunque creda che un'organizzazione come Emergency possa sopravvivere per una quindicina di anni in un posto come l'Afghanistan soltanto grazie alla sua rigida posizione di neutralità o è irrimediabilemte ingenuo oppure ci fa.

Detto in termini semplici: le ONG fanno politica sui territori in cui operano esattamente come tutti gli altri. Nel caso particolare di Emergency, è perfettamente chiaro che ha una storia pregressa di contatti con i Talebani.

Basti pensare al suo ruolo nel sequestro Mastrogiacomo e agli anni che ha operato indisturbata in Afghanistan prima dell'arrivo degli Americani (al quale si è opposta fermamente). Così come è perfettamente visibile come i rapporti di Emergency con il governo Karzai e con i suoi alleati stranieri siano molto meno amichevoli di quanto erano con i loro predecessori Talebani.

4) Detto questo, i suoi contatti con l'universo talebano e la sua ideologicizzazione dimostrano che Emergency è una specie di Al Quaida sotto mentite spoglie? Per niente. E' un'organizzazione umanitaria nient'affatto "neutrale", almeno ideologicamente, come sostiene di essere, ma da qui ad essere una confraternita di bombaroli ce ne corre.

5) Rimane il fatto che le armi nell'ospedale di Emergency sono state rinvenute. Questo prova il coinvolgimento degli Italiani arrestati in un'attentato terroristico? Nemmeno per idea. Presunzione di innocenza. O no?

6) Allora invece prova che è un complotto del governo afghano contro Emergency? Applicando gli stessi criteri no.

E anche se lo fosse, chi ci dice che il governo afghano non abbia i suoi buoni motivi per volersi sbarazzare di Emergency? Forse gli Afghani sanno qualcosa su Emergency che noi non sappiamo? Cosa ne sappiamo in fondo di cosa succede in Afghanistan? D'accordo che lo speculare di comodo è il passatempo preferito dell'Homo Politicus, ma mi pare un po' prematuro mettersi ad assegnare i ruoli di buoni e cattivi.

7) Si può aggiungere che Emergency è una ONG piuttosto grande con molti impiegati, e in nessuna organizzazione umana tutti quanti sono onesti, perciò anche provata la colpevolezza di alcuni suoi membri, non è affatto detto che ciò significhi per esteso un coinvolgimento della ONG in toto.

8) Delle reazioni politiche alla vicenda non parlo nemmeno, perché tanto che cos'è la politica credo che lo sappiamo tutti.



9) La vera questione rimane, su Emergency e i Talebani, che anche senza organizzare attentati esistono vari livelli di coinvolgimento, e forse bisognerebbe incominciare a farsi qualche domanda su come funzionino davvero le cose nelle zone di guerra in cui operano queste ONG invece di inseguire la visione bambinesca degli "angeli della solidarietà" che camminano tra le macerie forti della loro superiorità morale, nonché del vero ruolo che le ONG hanno nelle odierne aree di guerra e della maniera in cui operano. Una visione un tantino più complessa di "loro sono i savi in un mondo di folli e gli onesti in un mondo di iniqui" sarebbe opportuna. 


Questo episodio dovrebbe essere una sveglia e spingerci a fare domande. Idealmente, in una democrazia, la teoria sarebbe che il "quarto potere" si senta in dovere di approfondire la questione in nome dell'opinione pubblica che vuole essere bene informata. Fin qui la teoria, nella realtà l'opinione pubblica vuole sentirsi dire solo quello che gli piace e questo il "quarto potere" lo sa benissimo.

10) Naturalmente l'immagine degli "angeli umanitari" è invece proprio quella che l'opinione pubblica italiana (con l'eccezione degli avversari politici ed ideologici di Gino Strada) abbraccia.

Questo perché collima con la sua visione di come il mondo dovrebbe essere fino a convincerla che effettivamente lo è: la guerra, oltre ad essere terribile, è sempre una cosa inutile, i militari sono o crudeli massacratori oppure povere vittime ignare, i politici sono malvagi, stupidi e fanatici, e comunque dietro a tutto ci sono loschi interessi economici e cabale segrete. Ma i veri eroi della situazione sono i giornalisti, che "raccontano la verità" risvegliando le coscienze assopite di chi non è altrettanto illuminato di me, e gli operatori umanitari che allievano le sofferenze del "popolo" che è del tutto estraneo ai fatti (qualche volta in tale visione a giornalisti e operatori umanitari si aggiungono anche i diplomatici). Loro non hanno interessi propri o ideologie fourvianti, sono al di sopra della meschineria e delle piccolezze dei "signori della guerra", e mai e poi mai vengono meno al loro ruolo.

Quando poi, come nel caso di Emergency queste due figure si uniscono in una, è l'estasi. Nessuno vuole essere risvegliato da una esperienza estatica.

11) Senza contare che questa versione degli eventi ci pone comodamente al di sopra, come nazione e popolo, di quei pasticcioni guerrafondai degli Amerikani (pre-Obama), dimostrando che dovrebbero limitarsi a pagare per la nostra difesa e a fare quello che gli diciamo, perché noi siamo più saggi e come civiltà siamo più "avanti", e perciò siamo il futuro.

12) Non a caso questa è la posizione che Gino Strada ed Emergency hanno preso sulla vicenda: le' tutto un complotto contro di noi perché "siamo scomodi" (in quanto sinceri e imparziali), ma se non ci lasciano in pace trascineremo l'opinione pubblica in pubblica piazza. Se il plebiscito pensa che siamo buoni è impossibile che siamo cattivi no? A che servono le inchieste giudiziarie (o giornalistiche che tanto comunque nessuno fa)?

13) In Emergency (e in altri) questo atteggiamento spesso sembra sconfinare in una visione di se stessi che gli anglosassoni definirebbero "holier-than-thou": noi siamo i veri eroi, stiamo una spanna al di sopra delle meschinità terrene, ergo per noi non valgono le stesse regole, e chi osa anche solo suggerire che siamo come tutti gli altri e come tutti gli altri abbiamo le nostre simpatie, alleanze e interessi si macchia di blasfemia. Sicuramente dietro di lui ci sono sordidi interessi particolari.

Lo definirei un classico esempio storico di "might-through-alleged-moral-high-ground-makes-right".

14) Notare inoltre come la visione della guerra moderna "Europa metrosexual" di cui sopra altro non sia che un rovesciamento del tanto sbandierato militarismo in cui lo Stato e le forze armate lottano per creare un futuro migliore e contestarli, o anche solo vedere le cose in maniera più complessa da "Right or wrong, my country", è incivile. Soltanto i ruoli (buoni/cattivi) vengono assegnati a nuovi protagonisti.

15) E a questo proposito coloro che si preoccupano per "l'immagine dell'Italia" e altre amenità farebbero forse bene a preoccuparsi invece della visione angelicale che gli Italiani hanno delle ONG e della loro inesauribile capacità di adattare gli eventi al proprio coma onirico.

Un branco di beoti che si inventa un mondo che non esiste e lo difende ciecamente in piazza "senza se e senza ma", e senza nemmeno una concessione a una visione un tantino più complessa degli eventi a me personalmente da' un'immagine molto peggiore di una ONG corrotta.

Ma certo, io sono Il Kulturame.

E capisco anche che in fondo i beoti possano sempre tornare utili se si riesce a riutilizzare la loro visione a nostro vantaggio politico e che perciò la tentazione ad essere tolleranti con loro è molto forte.

Augh. Il Kulturame ha parlato.
PS: Non mi è ancora riuscito di cancellare un singolo commento su questo blog, anche questa volta mi deluderete?

Kulturame Classici: La Fogna ONU.

Une recensione di Wellington.




The UN Gang di Pedro A. Sanjuan.
Sono così contento di aver letto questo libro, e altrettanto contento di recensirlo. E' la prima volta, forse da quando ho recensito The True Believer di Hoffer, che mi devo contenere nello scrivere una recensione per evitare che venga fuori lunga quanto il libro stesso. Ma queste duecento pagine di gloria contengono tanti di quei fatti interessanti che non si sa davvero da cosa cominciare ne' dove finire.
Il libro racconta l'interno della Organizzazione delle Nazioni Unite con particolare enfasi su due temi principali: lo spionaggio e l'antisemitismo.
L'autore, Pedro Sanjuan, ha lavorato per dieci anni al segretariato delle Nazioni Unite come Direttore degli Affari Politici. Il suo era un appointment politico voluto dall'allora VicePresidente George Bush per cercare di capire cosa stesse accadendo nel Palazzo di Vetro. In altre parole, Sanjuan era una spia. 
Ma non pensate che fosse il solo: solo a New York i Sovietici avevano non meno di 274 agenti del KGB e del GRU tra i segretari, sottosegretari e funzionari ONU, senza contare i piccoli funzionari e il personale impiegatizio. I Sovietici avevano iniziato a colonizzare le NU fin dall'inizio e per gli anni '80 avevano una posizione inattaccabile al loro interno. I funzionari URSS e del patto di varsavia erano la maggioranza all'interno del Palazzo di Vetro ed erano nella posizione di tenere fuori gli Americani. Ogni Americano che presentava domanda di impiego alle Nazioni Unite veniva investigato fino alla nausea, dando vita a dossier personali alti anche sei pollici, allo scopo preciso di trovare un buon pretesto per non assumerli. I Sovietici e i loro clienti venivano assunti praticamente sulla fiducia. In questa maniera i pochi Americani che circolavano alle Nazioni Unite erano il risultato di imposizioni politiche, come lo stesso Sanjuan.
Ma qual'era lo scopo dei Sovietici nel riempire le NU di spie? Beh, molti, ma principalmente due: la propaganda e lo spionaggio. Per quanto riguarda la prima, i Sovietici avevano trasformato le agenzie di informazioni e pubbliche relazioni delle Nazioni unite in succursali della Pravda, talvolta subaffittate ai loro clienti come ad esempio l'OLP il quale per decenni ha diffuso, tramite una agenzia di informazione delle Nazioni Unite, tra l'altro al modico costo per il contribuente mondiale di $750 a pagina, comunicati il cui contenuto pur ufficialmente proveniente dalle Nazioni Unite sembravano presi dai sogni bagnati di Arafat.
Per quanto riguarda lo spionaggio, vale senz'altro la pena di menzionare la Biblioteca del Palazzo di vetro, interamente egemonizzata dai Sovietici, il cui unico scopo ufficiosamente dichiarato era raccogliere OPINT per conto del KGB. Ed era in una eccellente posizione per farlo. La biblioteca delle NU poteva richiedere qualsiasi libro, rivista o giornale pubblicato in USA e, cosa più importante, aveva la clearence necessaria per richiedere documenti governativi e paragovernativi riservati, come ad esempio rapporti e studi di contractors del Dipartimento della Difesa come la Rand Corporation, schemi tecnici da fabbriche che costruivano materiali per la difesa, papers scientifici dai centri di ricerca delle maggiori università.
Tutto ciò era in aperta violazione dello statuto delle Nazioni Unite che prescrive l'assoluta neutralità. Ma gli USA non sapevano chiederete voi? Sapevano benissimo, ma cosa avrebbero potuto fare? Le NU godono di extraterritorialità, immunità diplomatica e di tutti gli altri accorgimenti che garantiscono il regolare funzionamento della diplomazia. L'unico che avrebbero potuto fare qualcosa era il patrizio Dipartimento di Stato, per il quale però la forma diplomatica è troppo sacra per essere compromessa a beneficio di cosette come il controspionaggio. Pedro Sanjuan durante i suoi dieci anni alle NU collaborò con l'FBI documentando una quantitàfuori misura di attività irregolari, ma più che documentare non si poteva fare.
La subordinazione degli Americani ai Sovietici alle NU, lungi dal figurare, come forse si illudeva il trasognante Dipartimento di Stato, come una caratteristica di superiore civiltà diplomatica era un'autentica barzelletta per tutti coloro che vi lavoravano (tranne gli Americani) ed era portata ad esempio dai razzisti antiamericani di tutto il mondo rappresentati al Palazzo di Vetro come prova della solita decadenza della civiltà occidentale e della, altrettanto classica, mitologica semplicità mentale degli Americani. 
Effettivamente c'é da chiedersi come abbia fatto un Occidente talmente privo di fegato a vincere la Guerra Fredda e anche da chiedersi se gli riuscirebbe una seconda volta.
Ma se non le nazioni membro, chi vigila sulle NU? La risposta è nessuno. Vigilano su stesse in aperta violazione di ogni norma di buonsenso. Qualunque investigazione è interna e coperta da segreto, poco sorprendente quindi che si risolva puntualmente in un insabbiamento.

Il secondo tema principale del libro è il diffuso antisemitismo presente alle Nazioni Unite che genera un'atmosfera che, nelle descrizioni di Sanjuan, fa apparire il Palazzo di Vetro più come un Gentlemen's Club ai tempi della Grande Depressione più che la sede di una grande organizzazione internazionale di fine Ventesimo Secolo.

Si, si, lo so che questo non lo volete sentire. Lo so che preferite pensare che si tenda ad esagerare, che non si tratta di vero antisemitismo, ma di una, comprensibile seppur sopra le righe, reazione alle malefatte dello "Stato Sionista". Lo so che volete pensare che la gente, specialmente a questi altissimi livelli di governo, non è spinta da pregiudizi bensì dalla fredda logica. Ma sfortunatamente per voi questo non è il vostro libro, è quello di Pedro Sanjuan. E con e per le NU lui, e non voi, ci ha lavorato per oltre un ventennio. E lui dice: 'Non era soltanto un'attitudine politica riguardo Israele. L'antisemitismo era una forma mentis culturale [...] che definiva la "cultura" delle NU'.
Le Nazioni Unite sembrano essere un ricettacolo di tutte le diverse forme di antisemitismo del mondo, il che a pensarci, data la diffusione dell'antisemitismo su scala mondiale era abbastanza prevedibile e dovrebbe portare a riflettere le anime belle che sembrano dare per scontato che se qualcosa è "internazionale" non può essere sbagliata.


Incominciamo con l'antisemitismo veteronazista del Segretario Generale di origine austriaca Kurt Waldheim, ex ufficiale nazista responsabile dell'uccisione di prigionieri di guerra e di altre nefandezze, che fece rimuovere dalla hall del Palazzo di Vetro un dipinto perché l'autore era ebreo. 
Cosa? Non sapevate che un nazista è stato per anni Segretario Generale delle Nazioni Unite? Strano. Eppure è il tipo di informazione che i media ci tengono particolarmente a dare, mica perdono tempo con i pretzels di Bush o le mosche di Obama quelli. 'Ma forse non lo sapevano!', direte voi. Nemmeno per sogno. Il Rapporto Waldheim, precedente alla sua nomina a Segretario Generale e che documentava nei dettagli il suo passato, fu rilasciato dalle Nazioni Unite, dove era stato precedentemente classificato come segreto, durante la Segreteria del suo successore su richiesta degli USA e interessamento diretto proprio di Pedro Sanjuan.
E proseguiamo con l'antisemitismo finto-aristocratico, come d'altra parte il suo cognome, del successore di Waldheim, il Peruviano Perez de Cuellar, il quale si rifiutava anche solo di incontrare membri del Senato USA di origine ebrea, o che lo erano nella sua opinione.
Secondo il resoconto di Sanjuan, gli ebrei vengono attentamente tenuti lontani da tutte le organizzazioni dell'ONU, e questo non vale solo per gli impiegati, che sono praticamente inesistenti, ma anche per i diplomatici. Lo stato membro di Israele per esempio è praticamente un pariah alle Nazioni unite. La sua Missione è relegata al quindicesimo piano di un edificio minore al di fuori del Palazzo di vetro. In paragone, l'OLP, che beneficia solo del ruolo di osservatore, controlla mezze Nazioni Unite.
Lo stesso Sanjuan, sin dal suo primo giorno al Palazzo di Vetro si è sentito chiedere senza mezzi termini, da niente di meno che il Segretario Generale (tra gli altri), se era un ebreo. La sua risposta negativa ha convinto i suoi colleghi fino ad un certo punto, e il sospetto lo ha accompagnato per tutta la sua ultradecennale carriera.
L'antisemitismo delle Nazioni Unite non si ferma alla discriminazione nei confronti dei singoli ebrei, ma si estende alla più classica delle fantasie cospiratorie antisemite: quella secondo la quale gli USA sono segretamente controllati da ebrei. 

Javier Perez De Cuellar

Durante il segretariato Perez De Cuellar c'era un po' di maretta tra le Nazioni Unite e il Senato USA, che era stanco degli sprechi e delle inefficienze che caratterizzano il budget dell'organizzazione internazionale. Gli USA pagano il 25% del budget delle NU, e il Senato vuole comprensibilmente sapere dove vanno a finire questi soldi. 
Uno dei membri del Senato più attivo nel chiedere la fine degli sprechi minacciando tagli era in quegli anni la Senatrice Nancy Kassebaum. L'argomento "sprechi del governo" faceva presa sul suo elettorato, gli hillbillies del grande Stato del Kansas, tradizionalmente reticente a pagare alte tasse e sospettoso verso il governo centralizzato, figurarsi verso uno sovranazionale. E così la Kassebaum inseguiva gli sprechi del Big Governament dovunque li trovasse, anche alle Nazioni Unite.
Perez de Cuellar, volendo sfidare testardamente la sana concezione odierna che vuole che solo gli americani siano disperatamente ignoranti dei paesi stranieri e che politici e burocrati di alto livello sono spinti nel loro operato solo ed esclusivamente da rigido e razionale professionalismo, semplicemente rifiutava di affrontare il problema delle proteste del Senato USA sulla base del fatto che tanto si doveva trattare di una manovra di "quella donna ebrea che ci odia perchè è ebrea". Quando Sanjuan gli fece presente che la Senatrice Kassebaum è Episcopale, il Segretario replicò che "allora lo sono i suoi elettori". Il Grande stato rurale del Kansas è notoriamente un ricettacolo di ebrei.
A causa dell'incompetenza paranoide di Perez De Cuellar il Senato USA cominciò a tagliare i fondi alle Nazioni Unite. Questo a sua volta portò il successore di Perez De Cuellar, l'Egiziano Boutros Boutros-Ghali, a cominciare a metà degli anni '90 una politica di riavvicinamento agli USA che prometteva, senza nessuna speranza di mantenere, maggiore trasparenza.
Forse alcuni potranno ricordare che in quegli anni era comune ascoltare durante discussioni di politica internazionale in televisione, personalità della sinistra italiana (e mondiale) rimarcare che gli USA stavano tentando di impossessarsi delle Nazioni Unite tramite il ricatto del taglio di fondi. Da dove venivano queste idee? Venivano da un funzionario ONU russo di nome Perfiliev, già espulso dalla Francia negli anni '70 con l'accusa di spionaggio e riciclato dai Sovietici alle Nazioni Unite dove era stato allontanato più volte da successivi incarichi sempre con l'accusa di spionaggio (il che, dato il clima di permissività delle Nazioni Unite suggerisce un'attività veramente incessante), il quale aveva iniziato una campagna di denuncia contro "l'uomo di Washington" Boutros-Ghali sulla base di documenti poi rivelatisi fabbricati, che riusci a far alterare dall'Assemblea Generale la pur puramente cosmetica riforma del Segretario. Ma questa è un'altra storia, restiamo nell'ambito dell'antisemitismo.
Uno dei pochi ebrei che circolava alle Nazioni Unite era l'Ambasciatore rumeno Aurel Dragos Monteanu, nominato Ambasciatore alle Nazioni Unite da Ceausescu negli ultimi anni del suo regime nella convinzione che avrebbe potuto ottenere ottimi risultati dato che gli USA sono risaputamente controllati in segreto da ebrei. Questo tanto perché i leader politici, anche nei regimi totalitari, agiscono nelle relazioni internazionali sulla base di un rigido e sobrio realismo. 
Sfortunatamente per Ceausescu Monteanu non ebbe mai occasione di utilizzare i suoi talenti razziali in incontri segreti con sinedri clandestini perché, temendo di venire assassinato dai fondamentalisti islamici con connessioni al terrorismo internazionale che giravano per il palazzo (un timore condiviso dal suo servizio di sicurezza) preferiva tenere la sua origine ebraica un segreto.
I segreti erano una priorità anche per Marrti Ahtisaari, Ambasciatore finnico alle Nazioni Unite e in seguito Presidente della Finlandia. Ahtisaari era notoriamente un informatore dei Sovietici. Le sue attività spionistiche nel corso degli anni '80 furono ben documentate dall'FBI con l'aiuto proprio di Pedro Sanjuan. 
Uno dei suoi vassalli, un certo Kanninen, che doveva essere un autentico genio, fu pizzicato a chiedere a nome del Segretariato allo Stanford Research Institute la sequenza di lancio degli ICBM americani. Tale richiesta, non stranamente, attirò l'attenzione dell'FBI e del Senato USA che reagì tagliando ulteriormente i fondi alle NU.

Marrti Ahtisaari

Sanjuan riporta una frase di Ahtisaari: 'l'unica ragione per la quale Israele è un membro delle Nazioni Unite è perchè il vostro paese lo supporta. Per quanto mi riguarda Israele ha anche meno legittimazione dell'OLP, e il loro status alle NU è di osservatori'.
Alcuni anni dopo Ahtisaari fu nominato da Kofi Annan presidente della commissione di inchiesta sulla "strage" di Jenin. Curiosamente è in seguito stato appurato che le conclusioni della commissione di inchiesta presieduta dall'ex-spia sovietica convinto sostenitore dell'illegittimità dell'esistenza di Israele non erano veritiere.
Sanjuan sostiene che la nomina è stata una manovra voluta esattamente per scatenare una reazione negativa da parte degli Israeliani, che sapevano benissimo chi era Ahtisaari, e far apparire Israele poco cooperativo portando a pensare che avesse la coda di paglia.
Un'altro esempio dell'antisemitismo da corte zarista della più grande organizzazione internazionale del mondo è che sulla decisione di costruire un nuovo Palazzo delle Nazioni Unite ha notevolmente influito, a detta di Sanjuan, il fatto che due dei principali palazzi adibiti ad uffici affittati dalle Nazioni Unite a New York siano stati acquistati da un finanziare nuiorchese di origine ebraica. Questo ha portato a timori che si trattasse di una manovra di Israele per fare pressioni sulle NU.
Riassumendo, in risposta a tutti coloro che ogni volta che faccio presente che la descrizione di una particolare supposta malefatta di Israele, in fondo, viene dalle Nazioni Unite, mi chiedono beffardi "E allora? Adesso sono antisemite le Nazioni Unite?", ben sicuri del fatto che l'antisemitismo è solo una forma di vittimismo ebraico utilizzata dai malvagi sionisti come pretesto per giustificare le loro malefatte e per far sentire in colpa il resto del mondo tramite "il ricatto dell'Olocausto": si. Le Nazioni Unite SONO antisemite. Non anti-israeliane o antisioniste, proprio antisemite.


Oltre a queste due pecche principali, antisemitismo e spionaggio, sulle quali Sanjuan si sofferma particolarmente essendosene occupato a fondo, l'ONU vanta una lunga serie di cialtronerie addizionali che menzioneremo in breve.
Ipertrofia: L'organigramma interno dell'ONU farebbe venire gli incubi a Kafka. L'Organizzazione ha talmente tante agenzie, segretariati, sottosegretariati, controsegretariati che la sua descrizione occupa un intero, surreale capitolo, del libro di Sanjuan che ha leggerlo fa sperdere come cappuccetto rosso nei boschi.
Fancazzismo: La giornata dei funzionari ONU, dai diplomatici alle segretarie, inizia alle 10.00-10.30. La pausa pranzo è alle 12.00 e dovrebbe durare un'ora, ma in pratica si prolunga per almeno tre ore. Alle 16.00-16.30 massimo tutti sono fuori dalla porta per "evitare il traffico dell'ora di punta". Nemmeno a Napoli ai tempi d'oro dell'assenteismo. Inutile poi dire che licenziare chi non rende è burocraticamente impossibile. Tutto questo, ricordiamolo, con i soldi del contribuente di tutte le nazioni del mondo.
Criminalità: E' un fatto risaputo alle Nazioni Unite, e Sanjuan ne è stato testimone oculare con l'aiuto di una delle guardie di sicurezza, che il garage viene usato per spacciare droga. Funzionari provenienti da paesi produttori di droga, beneficiando dell'immunità diplomatica, portano il prodotto all'interno degli Stati Uniti, poi nel garage del Palazzo di Vetro avviene lo scambio con i rivenditori locali. Da un portabagagli all'altro.
L'ONU ha anche rapporti stretti e diretti con elementi della criminalità organizzata di molti paesi. Un pezzo da novanta della Yakuza giapponese, un certo Sasakawa, è stato per anni uno dei principali donatori della World Health Organization, versando milioni e milioni di dollari con i quali la WHO ha finanziato progetti, si suppone, importanti. 
E' piuttosto ironico pensare che contemporaneamente Sasakawa si occupava per conto della Yakuza di controllare il mercato dei medicinali, sia ufficiale che clandestino (quest'ultima attività è aspramente condannata dalla WHO) in Giappone, dove si assicurava di tenere sempre prezzi altissimi. Oggi un busto in bronzo di Sasakawa il grande benefattore adorna la hall del Palazzo di Vetro, e gli è stato intitolato anche un premio.

 

Un sottosegretario-generale di nazionalità Russa, dopo la caduta del muro di Berlino, sviluppò contatti con la mafia russa di Brooklyn. Stranamente da lì a breve gli impegati delle Nazioni Unite di nazionalità russa, la cui identità, indirizzi e informazioni sui familiari avrebbero dovuto rimanere informazioni confidenziali, iniziarono a ricevere dettagliate richieste di estorsione.
Corruzione: Che ve lo dico a fare? Non vale nemmeno la pena di menzionare lo scandalo Oil for Food (programma varato da Kofi Annan che fu investigato per corruzione da una commisione nominata da Kofi Annan), o il fatto che qualunque appaltatore delle Nazioni Unite deve pagare tangenti ai funzionari che decidono gli appalti (appena stabilitosi a New York Pedro Sanjuan scoprì che il funzionario in carica di appaltare il suo trasferimento aveva un simile arrangiamento con la ditta di traslochi), ne' che ogni tentativo di investigazione di tali attività viene condotto internamente alle Nazioni Unite e si risolve in un clamoroso insabbiamento. 
Ma vale sicuramente la pena anche di menzionare che le "commissioni di inchiesta" si assicurano sempre che i nomi di chi ha "fatto la spia" vengano resi noti e che costoro in genere la paghino cara. In Africa, un investigatore degli sprechi delle "forze aeree dell'ONU" è stato addirittura minacciato di morte.
Ma le Nazioni Unite non sono sole a perseguitare chi denuncia la loro corruzione. Quando la direttrice di una del tutto simbolica commissione di controllo sul budget delle Nazioni Unite, Linda Shenwick, fu chiamata a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti sugli sprechi delle medesime, il Dipartimento di Stato la rimosse dall'incarico per poi licenziarla, non prima di averla sottoposta a forme di mobbing. Questo per punirla del delitto di non aver commesso spergiuro davanti al Congresso degli Stati Uniti.
Sprechi: Nelle parole di Pedro Sanjuan: 'Il budget delle Nazioni Unite potrebbe essere meglio descritto da qualcuno con il dono della fantasia, come Hans Christian Andersen'. Basti menzionare il fatto che la spesa prevista per la realizzazione del nuovo Palazzo delle Nazioni Unite a New York, necessario a salvare le Nazioni Unite dalle perfide trame ebraiche, è 7 miliardi di $ (quasi il costo di due portaerei a propulsione nucleare). L'edificio più costoso mai venduto a Manhattan, il GM Building, è stato aggiudicato per la somma di 2 miliardi di $.
Nepotismo: Diffuso a tutti i livelli a partire dal Segretario Generale. Parte dell'attuale ipertrofia dell'ONU è iniziata quando il secondo Segretario Generale delle Nazioni Unite, il Birmano U Thant, come un qualsiasi satrapo del terzo mondo iniziò a creare agenzie e uffici per sistemare la sua numerosa famiglia. La tradizione è stata mantenuta da Waldheim, che piazzò all'ONU tante delle sue nipoti da diventare un barzelletta, da Perez De Cuellar, che ha sistemato mezzo Perù compreso un tizio la cui migliore qualifica era aver lavorato da Bloomingdale's, da Butrous Botrous-Ghali che mise la compagnia di suo cognato nella posizione di agire da intermediaria per gli appalti ONU in tutto il mondo, e da Kofi Annan che, come tutti sappiamo, utilizzò la compagnia di suo figlio Kojo per organizzare Oil for Food.
Fondamentalismo islamico: Al Palazzo di Vetro i fondamentalisti islamici impiegati alle Nazioni Unite si riuniscono ogni giorno alla caffetteria per discutere di come si può utilizzare l'organizzazione internazionale ai propri fini in un rituale ben noto a tutti. All'interno delle Nazioni Unite, organizzazione di ispirazione secolare, le pratiche religiose sono bandite. Il Dalai Lama non ha mai potuto mettere piede all'interno delle Nazioni Unite perché leader religioso (in realtà su veto cinese), non c'è cappella per i Cattolici o tempio zen per i Buddisti. Ma c'è una moschea, costruita senza permesso dai suddetti fondamentalisti islamici nella biblioteca, che tiene servizi regolari.
Traffico d'armi: a Pedro Sanjuan fu proposto, da un funzionario russo del dipartimento DISARMO del Segretariato, di aiutarlo a piazzare un carico di fucili a pompa fabbricati in Russia prima, e un carico di berillio, un materiale controllato utilizzato nella costruzione di ordigni nucleari, dopo.
Elitismo: Questo è per me l'aspetto più inquietante e a suo modo più interessante delle Nazioni Unite, Sanjuan lo menziona più volte. 
Alle Nazioni Unite c'è un'atmosfera di superiorità e distanza dal peccaminoso mondo esterno che ricorda quella della chiesa cristiana europea del tardo medioevo. Come i preti potevano predicare l'astinenza in pubblico e poi mantenere amanti in privato, predicare le virtù della povertà al popolo ed essere ricchi sfondati loro stessi senza considerarne l'ipocrisia perché diversamente dal volgare plebeo medio ritenevano di occupare un altro piano di esistenza, così è alle Nazioni Unite.
Non è corruzione se lo facciamo NOI. Non è favoritismo o doppiopesimo se lo facciamo NOI. Non è spionaggio o traffico di sostanze stupefacenti se lo facciamo NOI. Queste sono cose da singoli individui o da imperfetto potere temporale delle singole nazioni, non da emissari del sacro supergoverno internazionale. Dopotutto, come una volta asserito dal funzionario Mark Molloch Brown: 'le Nazioni Unite fanno il lavoro di Dio'. Questa è l'atmosfera che spesso si respira tra i funzionari delle Nazioni Unite.
Se si considera anche che in effetti è questa la maniera in cui spesso guardano ad esse i comuni cittadini e i politici internazionalisti non è azzardato affermare che le Nazioni Unite, pur non godendo della reale influenza e prestigio della chiesa cristiana nel medioevo europeo, sono qualcosa di molto simile, almeno per vocazione, nel nuovo medioevo mondiale.
A conclusione del libro Pedro Sanjuan propone una lista di suggerimenti molto sensati su come salvare le Nazioni Unite ma la mia opinione è che l'ONU avrebbe bisogno di una "Soluzione Dority"*. 
Non c'è niente da riformare, c'è solo da smantellare.


*Non spiego cos'é la Soluzione Dority perché potrebbe costituire apologia di reato o qualcosa di simile.