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sabato 31 agosto 2013

Il nuovo modello di politica internazionale dell'Occidente: la caciara.

Nota del Kulturame: Questo articolo è apparso in forma di nota sul profilo Facebook di Wellington - L'Antieroe il 25/08/13, e viene pubblicato col consenso dell'autore.



La politica internazionale dell'Occidente ormai non è guidata né dalle idee, né dalla strategia, ma dalla caciara. Caciara di teorie insulse e narrative piccolo-ideologiche ad usum di politica interna.

E così, ora la ggente è indignata per i massacri al gas nervino in Siria.

Non c'è voluto nemmeno uno special di rainews24ballealminuto per spiegargli che il Sarin è un'arma chimica. E viene da chiedersi se è perché il Sarin, a differenza del fosforo bianco, è effettivamente un'arma chimica, oppure perché i reportage vale la pena di farli solo per le guerre amerikane.

Naturalmente esiste e resiste anche un fronte negazionista che cerca di spiegare i massacri con qualche demenziale teoria, o che vuole "le prove!", come già le voleva per Osama Bin Laden e l'attacco dell'11 Settembre, in attesa di rigettarle tutte tramite teorie del complotto.

Figurati cosa direbbero questi figuri se si scoprisse che davvero l'attacco col gas è una risposta all'apertura da parte di ribelli armati ed addestrati dagli USA di un nuovo fronte al confine con la Giordania.

C'è da dire che tutto questo dimostra che Barack Hussein Obama è rispettatissimo è temutissimo in Medio Oriente. Chissà quante volte ancora Assad dovrà gassare dei bambini prima che si possa dire pubblicamente che le "red lines" della Casa Bianca sono fuffa.

D'altra parte, alla guida della sua politica in Siria e in Medio Oriente in generale, l'amministrazione Obama ha messo il fiero alleato Recep Tayyip Erdogan, un islamofascista con manie di grandezza neo-ottomane che in tanti anni di deliri di onnipotenza da tabellone del Risiko non è riuscito a segnare nemmeno un punto.

Beh, quasi. In effetti dipende da come si contano i punti. Perché se è vero che Erdogan non ha fatto una cippa per mantenere il Medio Oriente stabile, e nulla nell'interesse del suo illuso alleato, l'Occidente, ha fatto molto per appoggiare la presa al potere di islamisti come lui, ad esempio Morsi dell'Egitto. Poi tutti sappiamo come è finita quella storia.

Tutti tranne Erdogan, per il quale il ritorno al potere dei militari in Egitto è invece un complotto di Israele. E a tal proposito, uno dei nuovi fondamentali della nuovissima politica Occidentale per il Medio Oriente è il buttarsi nel mucchio nell'orgia "blame Israel first". Naturalmente l'opinione pubblica occidentale è ancora, se di poco, più sofisticata di quella mediorientale, e allora, mentre il rozzo Recep Tayyip la butta nella teoria della cospirazione, la stampa occidentale si limita a citare un "anonimo" funzionario israeliano secondo il quale lo Stato Ebraico avrebbe fatto lobbying sugli USA e sull'Europa perché appoggino i militari egiziani. Cosa possibile, ma dubbia. Perché se è vero che a Israele non dispiace vedere Morsi cadere, è improbabile che si esponga fino a tal punto. Soprattutto sapendo che i militari egiziani dell'appoggio occidentale non hanno bisogno, e anzi se ne infischiano.

Ma l'importante è mantenere la tesi che dietro qualunque cosa succede in Medio Oriente c'è, in qualche maniera, Israele. Se per i rais arabi questa tesi fornisce un prezioso capro espiatorio contro il quale indirizzare la rabbia delle piazze e uno strumento di demonizzazione del nemico ("Tizio è alleato di Israele! Potere a Caio!"), in Occidente, oltre a solleticare l'ego dei filo-palestinesi ideologici e non che abbondano nei media, nelle università, e nella politica, ha il non trascurabile pregio di fornire l'illusione che la macelleria mediorientale abbia un endgame, e che l'Occidente possa avere una voce in capitolo in esso.

Qual'è infatti la soluzione per la "Primavera Araba", ovverosia per quel fenomeno nato con proteste di piazza contro governi dispotici non più in grado di elargire panem et circenses, e dirottato verso una guerra di supremazia regionale tra pseudo-potenze emergenti tutte contente che il gatto egemonico amerikano avesse deciso di abbandonare l'area e lasciar ballare i topi? La soluzione è mandare John Kerry, l'uomo che non è riuscito a sconfiggere George w. Bush in elezioni regolari, a promuovere un altro giro di inutili negoziati che i Palestinesi, ooops, volevo dire gli Israeliani, faranno come al solito fallire a causa della loro perniciosa insistenza sul sopravvivere come nazione. Gli Israeliani rifiutano perfino di convincersi che, anche se i loro nemici si dimostrano disposti ad usare gas nervino contro il loro stesso popolo, non c'è da preoccuparsi per la proliferazione nucleare in Medio Oriente.

Quando il nuovo presidente iraniano Rohani dice che la questione palestinese è una ferita aperta in Medio Oriente ha ragione. Dimentica però di dire che si tratta di una ferita auto-inflitta. Se la spogli di tutta la retorica infiammatoria degli ideologi, il conflitto israelo-palestinese si mostra per quello che è: una delle tante dispute tra Stati su pochi pezzi di territorio.

Intanto, ovviamente, silenzio imbarazzato sull'Iran, senza il cui patronato Assad già penzolerebbe da un pilone della luce. Perché qualsiasi cosa l'Iran fa, dall'impiccare gli omosessuali a finanziare il terrorismo, da lapidare le adultere a catturare marinai della Royal Navy nel Golfo Persico, non la si può far notare. Perché parlarne è un segnale sicuro di strategia della tensione, di sporca propaganda che prepara il prossimo attacco neoccon, la prossima invasione "per il petroGlio". Semmai quello che bisogna far notare è ogni presunto "progresso" iraniano sulla strada della democrazia, nonché ogni teoria "a mezzo culo" (half-ass) su come il regime islamista sia in realtà poco compreso da parte di un Occidente colonialista e razzista. E poi trasmettere documentari sulla grande civiltà persiana per insegnare alle masse non lavate che "loro", in fondo, sono proprio come "noi".

Ma tornando alla Siria, adesso cosa? Intervento, o non intervento?

La ggente si chiede, ma perché nessuno interviene? La domanda che ne segue è: "Ma chi?". Lasciando da parte i lunatici che invocano l'invio di "truppe ONU", non si starà mica chiedendo agli USA e alla NATO di intervenire? Mica?

Certo che sì, con il caveat che a ogni "bomba intelligente" che sbaglia bersaglio la ggente scenderà in piazza sventolando bandiere arcobaleno e chiamando tutti assassini di bambini.

Stessa cosa, d'altra parte, che sta succedendo in questi giorni. Siamo tutti testimoni, in tutte le capitali del mondo (e naturalmente ad Assisi), dello spettacolo di marce oceaniche "per la pace" contro Assad, l'Iran, Hezbollah, e la Russia.

Comunque, se l'intervento non ci sarà, la ggente ha già pronta la risposta: "Ecco, in Siria no, in Iraq sì, perché lì c'era il petroGlio."

E rimuovere Saddam Hussein, che pure lui aveva usato il gas contro il suo stesso popolo, era invece opportuno anche se in Iraq invece il petrolio c'è?

A proposito, e il fiero alleato Galeazzo Erdogan è interessato al petroGlio? Sappiamo che al gas naturale è molto interessato, tanto che minaccia di usare la marina da guerra per bloccare il progetto israeliano-cipriota di trivellazione nel Mediterraneo, a meno che il gasdotto che dovrebbe portare detto gas in Europa non passi attraverso la Turchia, e che non venga pagata una mazzetta all'inesistente Repubblica di Cipro del Nord, una nazione riconosciuta solo dai Turchi.

Ma che volete, qui stiamo parlando di una civiltà che in poco più di dieci anni di guerra è riuscita a dare ragione al nemico, e a farsi vendere concetti quali "se ci odiano avranno pure un motivo", come se l'odio fosse razionale, e "se ci attaccano, è perché li abbiamo provocati", come se i terroristi per attaccare avessero bisogno di motivazioni, e non di semplici scuse (delle quali, forse un giorno ci arriveremo, non rimarranno mai a corto).

E facciamo doverosa menzione anche dei discorsi tipo "è diventato un terrorista perché un drone americano ha ucciso suo fratello con un missile Hellfire", che non sono necessariamente falsi, sono solo molto meno rilevanti di quanto si vuole far apparire. Come dire: "Si è arruolato in marina l'8 Dicembre del 1941 perché suo fratello era sulla USS Arizona". Sarà anche così, ma non è certo quella la causa della Seconda Guerra Mondiale. Se fosse vero che la motivazione principale dell'umanità per combattere è la vendetta, tutte le guerre sarebbero durate in eterno.

Le guerre non si vincono quando hai sterminato il nemico fino all'ultimo uomo, le guerre si vincono quando hai ammazzato abbastanza nemici da convincerli che continuare a combattere non vale la pena, e nel nostro caso, il nemico ci è riuscito benissimo.

Quando ti ritrovi un uovo fossilizzato come il Senatore dell'Arizona John McCain, l'uomo che non è riuscito a battere Barack Obama in elezioni regolari, a perorare la causa della Fratellanza Musulmana, secondo lui una forza democratica e secolare, sostenendo che adesso andranno tutti ad arruolarsi in Al Qaida per colpa nostra, in quale vittoria volete più sperare? Come ha scritto Daniel Greenfield: "La fallacia "terrorismo o democrazia" tratta gli islamisti come "cattivi" se fanno saltare un edificio per installare una teocrazia, ma "buoni" se si presentano alle elezioni per installare una teocrazia. Rende il processo una priorità rispetto al risultato, e la sua logica suggerisce che se Hitler o Stalin fossero arrivati al potere tramite un puro processo democratico, non avremmo dovuto avere obiezioni."

A proposito, a parte che il fatto che il termine "Al Qaida" venga sempre buttato in giro come se fosse l'unica minaccia esistente (il che non è male se si considera che secondo la prima amministrazione Obama Al Qaida era morta, e Detroit era viva) ha veramente rotto, io ammetto di non avere le idee chiare riguardo la composizione dei gruppi anti-Assad in Siria, ma se l'asse Erdogan-Morsi è un tale bastione contro Al Qaida, come mai ci sono così tanti combattenti di Al Qaida in Siria? Come mai, ovunque la Fratellanza Musulmana inizia ad affermarsi, come in Libia, Al Qaida sembra apparire dal nulla?

In ogni caso, ormai il Medio Oriente, liberato della perniciosa egemonia occidentale, è libero di esprimere sé stesso, e lo sta facendo al suo meglio. Ora non segue più l'Occidente, è l'Occidente a seguire lui. Nel nuovo mondo al contrario, invece di combattere l'islamismo totalitario lo si aiuta a prendere il potere, ed è l'Iran ad avvisare gli USA di non azzardarsi a superare le "linee rosse".

Se pure il Medio Oriente non fosse un totale bordello probabilmente già oltre ogni possibile redenzione, l'Occidente non sarebbe in grado di offrire nessuna, non dico soluzione, ma nemmeno strategia coerente. Perché ogni più minuscolo segmento politico o ideologico della nostra civiltà si perde cercando di infilare ogni fatto e fattarello all'interno della sua particolare narrativa o teoria.

E ciò che vale per il Medio Oriente, vale per il resto del mondo. Stiamo lanciando su scala globale il messaggio che la nostra civiltà è troppo impelagata in bizantinismi interni per sapere come si combatte per i suoi interessi.

lunedì 16 gennaio 2012

Perché io non sono Samuel Adams.





La risposta, curiosamente, non è "Perché sei Wellington - L'antieroe", ma si può trovare in un libro che sto leggendo.*

Da giovane a Boston Samuel Adams, oggi ricordato soprattutto per la birra
^, coltivava un sogno: Che un giorno le Colonie britanniche in Nord America sarebbero state una nazione indipendente governata secondo i principi democratici descritti nelle opere di John Locke, del quale era un sincero e appassionato ammiratore.

Adams si mise a scrivere articoli e libelli nei quali dava voce alle sue idee ed opinioni, era un ottimo scrittore e i giornali pubblicavano volentieri i suoi scritti che ricevettero una certa attenzione, ma per quanto riguardava la rivoluzione indipendentista, per dirla in termini plebei, nessuno lo cagava di striscio. Non che quello che scrivesse non fosse giusto o sensato, era semplicemente che, per quanto i Coloni avessero delle lamentele nei confronti della madrepatria, le rimanevano molto affezionati. Politicamente parlando quindi, malgrado tutti i suoi sforzi, Adams non cavava un ragno dal buco. La causa alla quale si era dedicato anima e corpo, al punto da trascurare fino a mandare in fallimento la distilleria lasciatagli dal padre, sembrava aver imboccato un vicolo cieco, cosa che lo fece precipitare in una profonda depressione.

Da qualche parte laggiù Samuel Adams deve aver capito come vanno le cose nel mondo, perché uscito dalla depressione cambiò completamente i suoi metodi. L'occasione si presentò con lo Stamp Act, una legge inglese che in pratica istituiva l'uso delle marche da bollo su qualunque documento che ambisse ad essere considerato legale. In pratica una tassa sotto mentite spoglie che nelle Colonie fu accolta con l'usuale contenuto malumore. Ma non da Adams, il quale iniziò a scrivere articoli al vetriolo sullo Stamp Act, trattandolo come se fosse l'annunciarsi dell'apocalisse. Quando gli articoli attirarono l'attenzione che sperava, i suoi metodi si fecero ancora più militanti. Fondò un'associazione composta in larga parte da rissosi uomini delle classi lavoratrici chiamata Sons of Liberty che si dedicò a portare in piazza la protesta con toni il più rumorosi possibile e in seguito passò al vero e proprio squadrismo intimorendo e in almeno un caso devastando le proprietà dei negozianti che vendevano le marche da bollo.

Alla fine Adams vinse: lo Stamp Act fu revocato, ma presto sostituito da nuove tasse sotto copertura, che Adams contrastò con metodi sempre più aggressivi e sul filo della legge. Le attività dei Sons of Liberty resero nervosa la Gran Bretagna che reagì come spesso fanno i governi, con pretese di lesa maestà, e inviò soldati a Boston. Adams organizzò immediatamente un boicottaggio dei militari, facendoli sentire circondati da gente ostile e a tutti gli effetti in territorio nemico e poi solleticò il loro senso di insicurezza con vari atti provocatori che alla fine sfociarono, quando un plotone di giubbe rosse aprì il fuoco contro una folla che li insultava e gli tirava pietre e gusci d'ostrica, nel famoso Massacro di Boston.

La tensione iniziò a diffondersi oltre Boston, nel resto delle Colonie, e quando il Parlamento Inglese varò il Tea Act, una legge che imponeva un monopolio commerciale con per giunta ancora un'altra tassa nascosta al suo interno, i Sons of Liberty organizzarono il Boston Tea Party e il resto è storia.

La storia di Samuel Adams porta a due considerazioni interessanti, una di carattere storico e l'altra di carattere politico.

Storicamente vale la pena di notare che malgrado le voci che corrono di questi tempi le alte tasse non furono affatto la causa della Guerra di Indipendenza Americana. Secondo lo storico economico Niall Ferguson infatti il Colono medio pagava all'incirca 1 Scellino all'anno di tasse, laddove l'abitante medio della Gran Bretagna ne pagava 26.
Il Tea Act poi, legge monopolista con tasse annesse, ABBASSO' il prezzo del Tè a Boston, tagliando fuori gli intermediari, gli importatori delle Colonie come John Hancock, che non a caso furono i primi a seguire Adams nella ribellione. 


Ciò che veramente contava nello slogan dei Sons of Liberty non era il "No Taxation", ma il "Without Representation". Il problema non era che ci fossero le tasse, o che fossero alte, era che queste tasse venivano imposte da un Parlamento lontano nel quale i Coloni non avevano nessuna rappresentanza. 

In altre parole non si trattò di una ribellione "contro lo Stato", bensì per lo Stato, uno Stato americano. Una guerra politica, non contro la politica. Non a caso gli storici la chiamano appropriatamente Guerra di Indipendenza Americana, e non "Guerra Individualista" o "Guerra Anarchica".

Naturalmente poi la libertà individuale era un valore culturale forte per i coloni Americani a livello personale, e questo ha influenzato la forma di governo che si sono dati e ancora oggi scorre sotto la superficie del dibattito pubblico in USA molto più di quanto non faccia in altre parti del mondo. Questo spiega anche perché "the shot heard around the world" ispirò rivoluzioni e guerre di indipendenza dai risultati molto meno liberali, basti pensare alla Rivoluzione Francese o alle varie rivoluzioni delle banane dell'America Latina.

La considerazione di carattere politico invece è ben espressa nelle parole dell'autore del libro:

"Prima del 1765 Adams agiva nella convinzione che argomenti ben ragionati sarebbero stati sufficienti a convincere i coloni della giustezza della sua causa. Ma quando gli anni di fallimenti iniziarono ad impilarsi dovette confrontarsi con la realtà che i Coloni mantenevano nei confronti dell'Inghilterra un profondo attaccamento emotivo, come bambini nei confronti dei genitori.[...] Uno volta che Adams lo ebbe capito riformulò i suoi obbiettivi: Invece di predicare l'indipendenza e le idee di John Locke, avrebbe lavorato per recidere il legame dei Coloni con l'Inghilterra.[...] Lo Stamp Act e il Tea Act erano di fatto piuttosto insignificanti, ma Adams strategicamente li manipolò per creare indignazione, trasformandoli in barricate erette tra le due parti.[...] Capite questo: Le argomentazioni razionali entrano da un orecchio ed escono dall'altro.[...] Facendo appello alle emozioni della gente si può fare sì che essi vedano il passato in un'altra luce, come qualcosa di tirannico, noioso, brutto, immorale. Adesso c'è spazio per infiltrare nuove idee, cambiare il punto di vista della gente, farli reagire ad un nuovo senso del proprio interesse personale, e spargere i semi per una nuova causa, un nuovo legame."

In altre parole: In politica tu puoi avere tutte le buone teorie e ragioni di questo mondo, ma senza nichilismo e demagogia non combinerai una cippa.

E qui ci siamo signori: Questo è il motivo per il quale il sottoscritto non sarà mai un politico di successo, un capopopolo. Come si sa infatti L'Antieroe è affetto dal Morbo di Bunbury.

Da un punto di vista ideologico sono molto più estremista di Samuel Adams. Della rappresentanza non me ne può fregare di meno, e sono eticamente contrario allo Stato e alle tasse per il solo fatto che sono obbligatori. Ed è per questo che l'etica è l'unica cosa che mi rimane oggigiorno, la politica essendo deceduta causa Morbo di Bunbury. Etica e politica sono strettamente legate, ma non interdipendenti, e arriva sempre il momento in cui devi scegliere se compromettere l'una o l'altra. Nel corso delle nostre vite perlopiù riusciamo a mantenere un compromesso equilibrato tra le due, e così è stato per me per molti anni, ma da qualche tempo a questa parte mi riesce davvero difficile conciliare la mia etica con la politica, ed è per questo che in politica sono sempre più un osservatore e sempre meno una parte attiva.

Non mi interessa inventare narrative nichiliste per portare gente dalla mia parte a suon di calci in culo emotivi, i metodi di Samuel Adams potranno anche creare un governo più liberale (o anche no), ma non creano un uomo più libero. Il più delle volte quello che creano è un True Believer hofferiano, uno schiavo mentale.

Ma questo esempio storico spiega anche la ragione per la quale politici fortemente carismatici
° con spericolate visioni hanno un tale seguito di fedelissimi che difendendo le loro narrative con le unghie e con i denti fin nei più piccoli particolari. Queste narrative contengono sicuramente anche delle verità e delle idee valide (ma come dico sempre io avere dei buoni argomenti è la cosa più facile in terra), ma è sull'emotività che fanno veramente affidamento. Sulla costruzione retorica dell'immagine di un mondo ormai insopportabile, è il potere dell'odio verso l'esistente che gli fornisce davvero il carburante.

E ora che vi ho detto che il paladino della vostra causa vi sta propinando una narrativa nichilista piena di luoghi comuni e falsi bersagli, per concludere con una nota di simpatia destinata a farmi apprezzare ancora di più, dallo stesso libro citerò Gesù Cristo, allo scopo di far notare che alle volte parlava davvero come uno di quei capi-setta i cui seguaci vanno a bere Kool-Aid in Amazzonia.

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra;
Non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre,
la figlia dalla madre,la nuora dalla suocera:
e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me;
chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.

Matteo 10:34-38


Wellington - L'Antieroe


venerdì 13 gennaio 2012

Kulturame Classici: La Realtà Supera la Kulturamia.


Il Kulturame voleva scrivere un pezzo satirico: come idea doveva essere un discorso cretino di un piccolo rivoluzionario del XXI° secolo cretino pieno di cretinate espresse con un linguaggio cretino reminiscente di un'epoca passata popolata da cretini.

Il Kulturame desiderava, per una volta, usare la sottile ironia piuttosto che il rozzo sarcasmo.

Voleva che sembrasse vero, plausibile, e perciò si è messo a fare coscienziosamente le sue ricerche imbattendosi in 
questo.

E' perfetto.

Nessun bisogno di scriverlo noi, più cretino di così non poteva venire.

Solo che quello che l'ha scritto parla sul serio.

E' dura essere sottilmente ironici in un mondo come questo.



Una guerra dichiarata e non resa ufficiale contro il bolivarismo

Mentre il bolivarianismo, risemantizzato anche come socialismo del secolo XXI, esprime la speranza di redenzione del popolo venezuelano e, per estensione, di tutti i nostri popoli americani e degli oppressi del mondo, il capitalismo, sia nella sua versione tradizionale o convenzionale che in quella patibolare versione neoliberale, rappresenta lo smisurato affanno per l’accumulazione di ricchezze a costo dell’oppressione e del crescente sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione.
Non bisogna nemmeno serbare dei dubbi. L’elite americana e i suoi lacchè creoli ci hanno dichiarato la guerra per il semplice fatto che il progetto bolivariano, capeggiato dal presidente Hugo Chávez Frías, simboleggia una visione del mondo, della vita e della società assolutamente contrapposta con quello che vuole significare e pretendere il sistema capitalista di cui la cupola americana rappresenta la massima espressione.
Mentre il bolivarianismo, risemantizzato anche come socialismo del secolo XXI, esprime la speranza di redenzione del popolo venezuelano e, per estensione, di tutti i nostri popoli americani e degli oppressi del mondo, il capitalismo, sia nella sua versione tradizionale o convenzionale che in quella patibolare versione neoliberale, rappresenta lo smisurato affanno per l’accumulazione di ricchezze a costo dell’oppressione e del crescente sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione e, quel che è peggio,a scapito della vita stessa sul pianeta terra o PACHAMAMA come è denominata dai nostri fratelli boliviani.
Questa scelta di voler recidere il processo rivoluzionario è stata presa dal vertice imperiale appena si ebbe la conferma del trionfo del comandante Chávez nelle elezioni del 1998.
Chi se non i più cospicui rappresentanti imperiali per individuare, sin dalle sue origini, l’orientamento e il compromesso militante e sovversivo che implicavano l’ascesa di Chávez alla carica presidenziale di un paese strategicamente così importante come il Venezuela per via della sua posizione geopolitica e per le sue grandi risorse energetiche.
Strategia controrivoluzionaria
L’elite imperiale concepì una strategia controrivoluzionaria che mirava principalmente al troncamento del progetto bolivariano e implicava lo spiegamento di molteplici fronti d’azione nel campo politico, diplomatico, economico, militare, mediatico, ecc., destinate, in un primo momento, alla destabilizzazione, indebolimento, e deterioro del progetto chavista e successivamente, in un secondo momento, nell’accrescimento delle azioni per procedere con il suo rovesciamento, usando come leva detonante l’intervento militare.
Esiste un ampio spettro di certezze che consentono di illustrare questo approccio: dall’offerta di ottocento (800) marines da stanziare nel porto di La Guaira, adducendo come pretesto la solidarietà di fronte alla tragedia della frana accaduta nella regione Vargas nel mese di dicembre del 1999, passando per l’aggressione sistemica della canaglia mediatica tanto a livello locale quanto su quello internazionale; il proposito di isolarci, in quanto paese, negli ambienti diplomatici; la pressione economica esercitata tanto da parte delle organizzazioni internazionali quanto dalle azioni sviluppate da parte delle organizzazioni imprenditoriali all’interno del paese; le pratiche evidentemente invalidanti delle organizzazioni politiche e della cosiddetta società civile, gerarchia ecclesiastica compresa, invitando a ignorare la Costituzione, le leggi abilitanti e il governo legittimamente costituito; il colpo di stato del mese d’aprile 2002; il sollevamento mediatico-militare della Piazza Altamira; lo sciopero petrolifero – imprenditoriale del 2002-2003; il rifiuto del dialogo nazionale proposto dal governo nazionale; le guarimbas; l’invito a non pagare gli obblighi fiscali; le incessanti e inclementi campagne mediatiche che falsano la realtà, diffuse dalle aziende private della comunicazione; la diretta ingerenza dell’ambasciata americana nella vita politica del paese; il rifiuto da parte dei governi americani di rispettare i contratti militari sottoscritti con il nostro paese con il manifesto intento di impedire il funzionamento degli aerei militari; l’allestimento di piani Omicidi nei confronti della persona del presidente; l’importazione del paramilitarismo e dei sicari colombiani come elemento detonante del caos; l’insicurezza e lo stimolo all’ingovernabilità; le vili campagne destinate a identificare il governo bolivariano con il narcotraffico e con elementi del terrorismo internazionale, ecc., e come queste, tantissime altre evidenze che costituiscono un ammasso di elementi per il sostentamento della strategia controrivoluzionaria contro il nostro paese.
Errore iniziale: sottostimarono Chávez e il popolo bolivariano
L’imperialismo e i loro lacchè commisero un grave errore, grave per quanto concerne la riuscita dei loro piani, cioè, sottostimare Chávez e ignorare olimpicamente la presa di coscienza politico-ideologica del valoroso popolo venezuelano. Nonostante la tecnologia in loro possesso, rozza esperienza destabilizzante –messa in pratica in molti paesi del nostro continente e del mondo- e le ingenti risorse di cui disponevano non riuscirono a calibrare la qualità e la profondità del salto storico rivoluzionario che si stava sviluppando ed è in piena espansione nella patria di Simón Bolívar, i cui ideali redentori, libertari, integrazionisti ed etici servono di guida promissoria.
Questa sola sequenza di fatti, piani e avvenimenti evidenzia l’ingerenza americana nel nostro paese; nulla di tutto ciò o quasi nessuna di queste indegne e sfacciate iniziative si sarebbe potuta realizzare senza l’appoggio, l’avvedutezza e la diretta e decisiva partecipazione delle diverse agenzie internazionali affiliate al governo americano. Uno Stato che agisce in questo modo è perché ha dichiarato la guerra allo Stato oggetto di tali ingerenze; l’interpretazione più basilare del diritto internazionale così lo determina. Questa è una guerra dichiarata, sistematica, informale, anche se non resa ufficiale.
Guerra dichiarata non resa ufficiale che si fa sempre più evidente nella misura in cui si consolida il progetto bolivariano, si approfondisce il suo orientamento socialista e la sua tendenza integrazionista, assestando, di conseguenza, maggiori sconfitte politiche e ideologiche alle forze retrive controrivoluzionarie in quegli spazi nei quali si mette in scena il confronto.
Disperazione dell’impero
La disperazione dell’impero si fa sempre più manifesta, diventando meno sottile il suo azionare, dove la variabile militare assume un ruolo sempre più preponderante nel disegno strategico che è in atto.
Sotto questo aspetto è opportuno rilevare i seguenti fatti:
• La riattivazione della IV Flotta (ottobre 2008) destinata a operare nell’Atantico Sud, la quale non agiva più da 52 anni.
• L’insediamento di 7 nuove basi militari nel territorio colombiano, le quali, se sommate a quelle già esistenti in quel paese con quelle installate ad Aruba e Curaçao, Panama e Perù e un’altra la cui costruzione è prevista, probabilmente, nella Guyana francese, implica, né più né meno, l’erigere un assedio strategico intorno al Venezuela.
• Lo sbarco di 20.000 marines a Haiti (da gennaio 2010) con il pretesto di prestare assistenza, militare? In occasione dell’emergenza dichiarata in seguito al terremoto avvenuto in quel tormentato paese fratello.
• L’inusitato interesse manifestato verso la regione sudamericana da parte degli alti funzionari politici e militari americani.
• il colpo di stato in Honduras (luglio 2009) ordito per arrestare, in qualche maniera, l’avanzata del sentimento bolivariano in Centroamerica e per indebolire l’Alleanza Bolivariana delle Americhe (ALBA).
• Il clima bellicista che hanno promosso in Colombia a sostegno della politica antivenezuelana, militarista e d’ingerenza appoggiato dall’oligarchia narcoparamilitare che è alla guida del paese vicino.
• A tutto questo bisogna aggiungere l’imperversare della campagna che si è scatenata mediante tutto l’apparato mediatico internazionale, la quale è incline presentare il governo bolivariano come vincolato al narcotraffico e al terrorismo internazionale (o a ciò che loro qualificano come tale) con il proposito di creare un espediente nei confronti dello Stato venezuelano che consenta di classificarlo come Stato canaglia e sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale verso qualsiasi misura sanzionatoria, così come in precedenza fecero con l’Iraq, accusandolo di possedere armi chimiche di distruzione di massa e che fino a oggi non sono state rinvenute, dopo sette anni d’invasione.
Strategia bolivariana
Questo insieme di fattori che abbiamo fin qui riferito, pone in evidenza la strategia imperiale orchestrata per affrontare la rivoluzione venezuelana. La guerra dichiarata e non resa ufficiale è in atto. L’imperialismo non si placa nella sua brama di distruggere il progetto di cambiamento bolivariano, il cui consolidamento significherebbe un maggiore indebolimento da parte di un impero agonizzante che oppone resistenza nel voler perdere l’egemonia esercitata sul mondo durante il secolo XX e che ora presagisce che, nonostante il suo potere smisurato, si screpola significativamente. La perdita dell’influenza che storicamente ha avuto in America latina, il suo tradizionale cortile posteriore, sarebbe il più contundente indicatore del processo di estinzione di questo impero.
Il nostro popolo, insieme al governo bolivariano, si deve preparare per affrontare i duri momenti che si approssimano. Alla strategia di guerra imperialista dobbiamo rispondere con la strategia bolivariana di guerra da parte di tutto il popolo. Altri popoli l’hanno applicata e sono usciti vincitori da quel compromesso con la storia. Lì abbiamo, ad esempio, l’eroico e vittorioso Vietnam, il quale celebra in questo mese d’aprile i 35 anni di trionfo della sua guerra d’indipendenza dall’imperialismo americano. Lì si trova anche Cuba, degna ed eroica, che ha saputo resistere durante 51 anni alla furia imperiale.
E qui stiamo noi, i venezuelani bolivariani, affianco ai nostri fratelli latinoamericani, festeggiando il bicentenario delle nostre indipendenze, disposti a difendere con coraggio e dignità la sovranità che abbiamo riconquistato in questi 12 anni di sviluppo del progetto bolivariano e di costruzione del socialismo del secolo XXI.
Di fronte alla guerra dichiarata e non resa ufficiale, stimolata dall’imperialismo, bisogna rispondere con la guerra di tutto il popolo!.
Di fronte alla guerra mediatica imperiale, bisogna rispondere con la guerra popolare di comunicazione!
Rafforziamo la Milizia Bolivariana!
(trad. di V. Paglione)

Kulturame Classici: Pensieri D'Egitto.


 


Sapete come parleremo a breve/medio dell'EgittoCosì:

RDM: Oh no, i Fratelli Musulmani non sono mica Al Quaida...

K: Lapalissiano: nessuno è Al Quaida tranne Al Quaida. Certo dicono praticamente le stesse cose, anche se con termini diversi. E poi il colore del turbante non è uguale.


RDM: Non esagerate! Questo non è il 1979 e l'Egitto non è la Persia dello Shah.

K: Vero, infatti è il 2011. E certo, se in Egitto si dovesse instaurare un regime islamista, da bravi utilizzatori della Settimana Enigmistica ci metteremo a fare il gioco di "trova le 10 piccole differenze" con il regime degli Ayatollah. Scommetto che almeno 9 le troviamo, per esempio la forma dei sandali. Il corso "Come avere sempre ragione con la Settimana Enigmistica" l'abbiamo seguito tutti al baretto sotto casa.


RDM: Ma i Fratelli Musulmani parlano male di Al Quaida sui loro blog.

K: Anche i comunisti parlavano male dei nazisti. In fondo a chi piace la concorrenza?


RDM: In Egitto invece di lapidare le adultere pensano di condannarle a 500 colpi di frusta, questo è già un progresso.

K: Voi non ci credete, ma qualcosa così la diranno sul serio.


RDM: Anche con un governo islamista, l'Egitto non sarà mai, se non occasionalmente, dalla parte dell'Iran, perché quelli sono Sunniti e quell'altri Sciiti.

K: Esatto, mica i Sunniti vogliono lasciare agli Sciiti il privilegio di calciare il culo del Grande Satana Occidentale e degli Ebrei tutti da soli. E' anche una questione di immagine porco maiale!


RDM :Comunque sia, anche se ci sono islamisti dappertutto, il Medio Oriente è diviso.

K: Si, non riescono proprio a mettersi d'accordo su a chi l'Occidente deve lustrare le babbucce per primo.


RDM: Ma tanto ora c'é Obama.

K: Sia lodato Allah.


RDM: Anche se tutto il Medio Oriente diventa islamista non importa perché la minaccia del terrorismo è esagerata.

K: Vero. Il terrorismo non può distruggere l'Occidente, può solo far saltare testa, gambe e braccia a qualche passante quà e là. Anche gli attacchi al SARIN nella metro di Tokyo hanno fatto soltanto tredici morti, che, in fondo, che cosa saranno mai nel grande schema delle cose. E anche se, come dicono i più allarmisti, i terroristi facessero esplodere un ordigno nucleare a New York uccidendo, tanto peddì, due milioni di Americani? Mbé? Di Americani ce ne sono 300migglioni!


RDM: E anche la minaccia dell'Islamismo è esagerata e gonfiata.

K: Certo, è gonfiata dagli USA che, senza esagerare, la vogliono usare come pretesto per conquistare l'universo.


RDM: Gli islamisti non sono pazzi.

K: Certo, mica sono neocon.


RDM: Comunque è tutta colpa di Bush!

K: Pensa che l'ultima volta che sono andato nel 2086 con la mia macchina del tempo per vedere come era andata a finire in Medio Oriente tuo pronipote mi ha detto la stessa cosa.


RDM: Anche con gli Islamisti si può trovare un punto d'incontro.

K: Certamente. Purché il punto di partenza (la Ummah è la Ummah e voi non siete un cazzo) sia fisso e indiscutibile.


RDM: Emmò stai a esaggerà! Secondo te quelli riusciranno davvero a fondare il Califfato Globale? Essei paranoico.

K: Qualcuno avverta i sopravvissuti, se ce ne sono, dei Gulag dell'URSS: hanno fatto bene a non essere paranoici, il comunismo non ce l'ha fatta a conquistare il mondo. Yeahy!


RDM: Che poi con la scusa de difennecce dall'Islam il Grande Fratello ce realizza il 1984 in casa nostra.

K: Mah, io ste cose non le capisco perché sono paranoico.


RDM: Ma l'hai capito che l'economia dell'Occidente sta annando pe' frattocchie? Dobbiamo ddi de si a tutto.

K: E dobbiamo pure fa finta de esse contenti?


RDM: Ma non tirate sempre in ballo l'olocausto! Non vogliono ammazzare 6milioni di ebrei, vogliono solo far scomparire lo Stato Ebraico.

K: Certo, tutto quello che si fa agli ebrei al di sotto dell'olocausto cosa vuoi che sia.


RDM: Che poi, non è neanche vero che vogliono ributtare gli ebrei in mare. Vogliono solo che non esista Israele perché "Israele Stato Ebraico" è razzista.

K: In effetti se gli Ebrei in Medio Oriente, invece di girare sui Merkava, fossero solo un'altra minoranza oppressa come i Cristiani, gli Armeni, i Berberi, i Copti, i Curdi, i Caldei, gli Zoroastriani, i Baha'i, i Drusi, gli atei, gli agnostici, i secolaristi, i pagani, gli omosessuali, le donne, gli Sciiti in terra sunnita, i Sunniti in terra sciita, la tribù B in terra della tribù A, il clan dello Sceicco Abdul in terra del clan dello Sceicco Hassan, l'infedele in terra di mio cugino, mio cugino in terra di mio fratello e mio fratello in terra mia, problemi tra Occidente e islamismo non ce ne sarebbero. E soprattutto non ci sarebbe "razzismo".


RDM: Gli Islamisti ce l'hanno con l'Occidente per quello che fa, non per quello che è. E pure con Israele!

K: Già, se gli Occidentali la smettessero di fare gli Occidentali il problema non sussisterebbe. E pure sti' cazzo di Israeliani, potrebbero essere un po' meno ebrei no?


RDM: Ma tanto non li convinci delle tue tesi, perciò tanto vale abbozzare.

K: Ma tanto tu non mi convinci che la tua macchina è tua, perciò tanto vale che ammetti che è mia e mi consegni le chiavi.


RDM: Non sei realistico, pragmatico e macchiavellico, perciò è meglio che non parli sennò fai danni.

K: I coglioni almeno mi possono girare?


RDM: L'Occidente non domina più il pianeta, mettiti l'anima in pace.

K: E perché l'Occidente non domina più il pianeta Il Kulturame si deve far lordare di merda dagli islamisti? Macchisièmessointesta di esse sto "Occidente"?


RDM: Ma perché invece non ti preoccupi dei fondamentalisti cristiani nel paese tuo, della pena di morte in Texas, e di Julian Assange che la CIA lo vuole far sodomizzare da Ciccio Manganello a Guantanamo?

K: Mi sembra anche giusto: stabilito di chi non dobbiamo (ne' possiamo) assolutamente preoccuparci resta solo da capire di chi possiamo preoccuparci in santa pace.


RDM: Ma in fondo chi siamo noi per parlare?

K: Io sono Il Kulturame, chi diavolo sei tu?


RDM: Tanto è tutta 'na cosa dea CIA pe' fa' la guera.

K: Anche di mio cognato Arturo per vincere il torneo di bocce "buzzurri Vs. cafoni 2011".

Kulturame Classici: Diritti Umani Abusati.

Un post di Wellington.


Se volete un esempio interessante di abuso dei diritti umani andata allapagina Wikipedia dedicata ai soldati-bambini.

Tra i colpevoli nell'utilizzare infanti in armi sono citati anche l'Australia (will allow personnel to be recruited from the age of sixteen and nine months), la Gran Bretagna (The minimum age to join the British Army is 16 and a half; parental permission is required for those under the age of 18), il Canada (people may join the reserve component of the Canadian Forces at age 16 with parental permission), ca và san dir gliStati Uniti (In the United States 17-year-olds may join the armed forces, but may not be stationed outside the continental US or deployed in combat situations) e perfino l'Italia (allows boys and girls as young as 17 years of age, with parental consent and in possession of a high school diploma, to join a military academy). Strano che non ci abbiano buttato nel mucchio anche i boy scout.

Ora, mi rendo conto che in Occidente ormai si viene considerati bambini fino ai 37 anni, e certo, se l'Africa ha i bambini-soldato, allora da qualche parte bisogna pure andare a trovarli per l'Europa, il Nord America e l'Oceania, sennò sei razzista e Politically Uncorrect.

Ma secondo voi questo è un esempio di "abuso dei diritti umani"? Secondo me si.

I diritti umani ormai vengono allungati e stiracchiati all'inverosimile pur di far sembrare il problema più grande di quello che è, trasformandolo in fonte di occupazione per burocrati travestiti da paladini professionisti, e/o per rivoltarlo ideologicamente sulla sua stessa testa a fini di propaganda. Così si trasformano i problemi in pagliacciate retorico/politiche, e perciò in un abuso del concetto stesso di "diritto", umano e non. Ma sarà la mia mancanza di sofisticazione a parlare.

Wellington - l'Antieroe.





Testimonianza fotografica dell'utilizzo di bambini-soldato da parte dell'Impero del Male di Ronald Reagan. A questa barbara pratica ha posto termine la Presidenza Obama decretando che fino all'età di 26 anni si può fare uso dell'assicurazione sanitaria dei propri genitori.
(Alleluja! Alleluja! Alleluja! Alleluja! Allele-luja!)